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martedì 26 novembre 2013

Parole informatiche: blog

C'era una volta...
- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno. 


Come continua questa storia? Con il falegname Mastro Ciliegia, che dona il pezzo di legno parlante a Maestro Geppetto? Con il burattino ribelle che Geppetto decide di scolpire? Con il Grillo Parlante, Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe, la Fata Turchina, Lucignolo e il Pescecane?
No, niente di tutto questo. Avete sbagliato storia.
La storia prosegue con un marinaio inglese del sedicesimo secolo, che getta in mare quel pezzo di legno.
In mare? E perché mai?
Perché qualche decennio prima un portoghese, tale Bartolomeu Crescencio, ha inventato un nuovo modo per misurare la velocità della nave. Si prende una fune annodata a intervalli regolari, la si avvolge a una bobina, e si lega un pezzo di legno alla fune; poi si butta il ceppo in acqua e lo si lascia galleggiare a fianco della nave.
Non appena la nave comincia a muoversi, la fune si srotola.
La velocità della nave viene determinata con buona approssimazione in funzione della porzione di fune che si è srotolata.
Per fare questa misurazione, il nostro marinaio inglese sta contando il numero di nodi che passano nelle sue mani in un certo intervallo di tempo.

Molto ingegnoso, non c'è che dire. Gli uomini di mare sono contenti perché in questo modo si può calcolare facilmente la velocità della nave e quindi le distanze coperte durante i viaggi.
Vi eravate mai chiesti perché ancora oggi l'unità di misura della velocità delle navi è il "nodo"? Se non lo sapevate, ora l'avete capito.

Un'altra cosa che è interessante sapere è che il nostro amico marinaio del sedicesimo secolo chiama il pezzo di legno con una parola molto breve: log.
Log è parola dell'inglese arcaico, di origine sconosciuta ma già utilizzata all'inizio del XIV secolo.
Significa semplicemente "grosso ceppo di legno", "ciocco", "tronco". 

D'altra parte con questo significato viene utilizzata ancora oggi: prova ne è il testo della beatlesiana "A hard day's night", in cui John Lennon canta:

It's been a hard day's night
And I've been working like a dog.
It's been a hard day's night
I should be sleeping like a log.


ovvero:

È stata la sera di una giornata faticosa
E ho lavorato come un cane.
È stata la sera di una giornata faticosa
E dovrei già dormire come un ciocco.



Ecco che il nostro marinaio, come tutti i suoi colleghi, chiamano log il ceppo utilizzato per misurare la velocità della nave, e chiama log-book, o anche semplicemente log, il libro di bordo sul quale vengono annotate le misurazioni.
Col passare del tempo il log-book diventa un registro molto più ricco, contenente anche altri tipi di informazioni operative: ad esempio le condizioni atmosferiche, i tempi in cui avvengono determinati eventi, gli  incidenti verificatisi, i membri dell'equipaggio, i porti ai quali la nave attracca, e così via.

È facile comprendere come il termine log sia stato importato dal gergo informatico con il significato di registro delle operazioni che vengono eseguite da un certo programma. Con mille diverse sfumature semantiche, il termine log è oggi utilizzato frequentissimamente nell'ambito informatico.

E il blog? La parola indica un sito web come quello che state leggendo, caratterizzato solitamente da una unica pagina ad espansione verticale, nella quale vengono pubblicate in tempo reale notizie, informazioni, opinioni o storie di ogni genere, di solito visualizzate in ordine cronologico inverso (dall’articolo più recente al più vecchio). Il termine è una contrazione di web log, cioè "registro web": si tratta appunto di una registrazione cronologica, di una sorta di diario, gestito da una o da più persone.

Al posto del nostro amico marinaio del sedicesimo secolo abbiamo oggi un modernissimo blogger, e la blogosfera ha preso il posto dell'azzurro mare solcato dal galeone inglese.
Ma anche nel web si naviga: e il cerchio si chiude.

giovedì 14 novembre 2013

Carnevale della Matematica #67 sul Coniglio Mannaro

È sempre un bel momento quando a ospitare il Carnevale della Matematica si fa avanti un nuovo blogger. Quando poi il nuovo blogger è uno di quelli tosti, pieni di idee geniali e prolifico di bei progetti, il momento si fa davvero memorabile. Ebbene, oggi è uno di quei momenti, perché ad allestire il Carnevale numero 67 sono stati Spartaco Mencaroni e il suo Coniglio Mannaro!
L'incipit dell'edizione odierna è di quelle da ricordare a lungo:

Cosa c’è, Coniglio? Che ti piglia?
Non è da te restare chiuso nella tua tana, tremante con le orecchie basse, annusando l’aria titubante, mentre fuori c’è tutta questa gente.
Non li conosci? Non è vero, alcuni di loro sono amici di vecchia data.
Guarda, molti di loro ti hanno suggerito sogni e storie, e qualcuno ha anche partecipato al Carnevale della Letteratura che abbiamo ospitato.
Insomma, Coniglio, ma che figura! Abbiamo invitato i Carnevalisti Matematici e loro sono venuti a trovarti! Ti rendi conto che non puoi restare chiuso qui dentro? E’ una cosa inaccettabile!
Che dici? Ti vergogni? Ma come “non so niente di matematica!”
Hai perso il senno.

E così via. Il tema scelto per questa edizione è "la matematica e gli organismi viventi". Spartaco accompagna il Coniglio e noi in un viaggio affascinante, alla scoperta delle relazioni che legano la matematica alla vita: dalla teoria combinatoria presente nella molecola del DNA alle strutture geometriche che ritroviamo nei petali dei fiori, nelle foglie intorno agli steli e nelle conchiglie, dalle regolarità matematiche riscontrabili nel moto sanguigno al moto intelligente degli uccelli durante le migrazioni. E chi più ne ha più ne metta.

Per la seconda volta consecutiva, Mr. Palomar ha il privilegio di aprire la carrellata dei blogger contributori. Sono quattro i post segnalati: "Buon compleanno, Calvino!", "Intervista ai Rudi Mathematici""I premi Turing: Maurice Wilkes" e "Meno male che l‘algoritmo c‘è" (che ha riscosso un gran numero di visite negli ultimi giorni).
Ma soprattutto meritano di essere ricordati gli altri contributori, brillantissimi e generosi di spunti appassionanti. Non manca (quasi) nessuno: il Blogghetto di Dioniso Dionisi, Roberto Zanasi e il suo Proooof, il blog Science4Fun, gli immancabili Rudi Matematici, Scienza e Musica di Leonardo Petrillo, Marco Fulvio Barozzi alias Popinga, Gianluigi Filippelli con DropSea, il fondatore Maurizio .mau. Codogno con le sue Notiziole, Annarita Ruberto e il suo Matem@aticamente, Con le mele – con le pere di Jean Morales, e Roberto Natalini con MaddMaths!, che ospiterà il rpossimo Carnevale con il tema non vincolante "Il tempo".
Ci sono perfino due new entry: Martino Sorbaro con il promettente blog Termueske, Pietro Vitelli con il suo sperimentale ma interessante Unclepetros.
Orsù dunque, correte a leggere il Carnevale del Coniglio!
Un grande grazie a Spartaco e a tutti i partecipanti. E lunga vita al Carnevale della Matematica!

giovedì 7 novembre 2013

Meno male che l'algoritmo c'è

Ieri mattina, mentre facevamo colazione, mia moglie mi ha fatto leggere il "Buongiorno" di Massimo Gramellini apparso oggi sul sito della "Stampa". Già il titolo mi ha fatto andare un po' di traverso la fetta di torta che stavo mangiando: potete capire che iniziare la giornata con un articolo intitolato "Abbasso gli algoritmi" non è cosa graditissima a un informatico.
Lo spunto era una recente ricerca compiuta da due ricercatori americani. Gramellini, tra disprezzo e indifferenza, non li nomina mai, ma si chiamano Lars Backstrom e Jon Kleinberg. Secondo la descrizione che ne è stata data dalla stampa qualche giorno fa, i due scienziati hanno progettato un algoritmo che sarebbe in grado di predire la durata di una coppia.
Come scrive il giornalista:
In sintesi: chi ha molti amici e li condivide con il proprio partner costruirà un legame resistente, mentre chi separa la sfera degli amici da quella del partner farà morire il rapporto d’asfissia.

Banale, dice Gramellini, serviva un algoritmo per arrivare a una simile ovvietà? E avrebbe ragione, se davvero fosse solo questo il risultato della ricerca. In realtà, andando a leggere l'articolo di Backstrom e Kleinberg, ho scoperto che la questione della resistenza dei legami di coppia è solo un aspetto marginale della ricerca, che non viene nemmeno menzionato nell‘abstract. La tesi principale, invece, è il fatto che all‘interno di una rete che modella un insieme di relazioni sociali, i legami di coppia sono solitamente riconoscibili grazie a particolari caratteristiche topologiche.
Ecco quello che, a mio parere, è il primo errore di Gramellini: non aver compiuto un minimo di ricerca per verificare l‘attendibilità delle fonti. Al contrario si è fidato della lettura superficiale e distorta che avevano dato alcuni suoi colleghi, sulla quale si è poi basato per emettere una sentenza definitiva di inutilità dello studio dei due americani.

Ma c'è almeno un altro errore, secondo me: quello di farsi guidare da un (purtroppo molto diffuso) senso di superiorità della cultura umanistica rispetto a quella scientifica, e dalla assurda convinzione che ciò che è scientifico è per forza arido, grigio, privo di passione. Il non possedere una sufficiente preparazione scientifica e una sensibilità per questo genere di conoscenza non dovrebbe portare a sminuirla a priori, sottovalutando le sue conquiste e disprezzando i suoi protagonisti. Scrive Gramellini:

La dittatura dell’algoritmo è l’ultimo rifugio di un certo tipo di persone, per lo più maschi intellettuali con il cuore a forma di granchio e gli occhi a forma di dollaro, che non riuscendo più a sentire niente si illudono di domare le loro insicurezze con una serie di algide formulette attinte dalla marea di dati personali che le nuove tecnologie mettono a disposizione.
Ormai esiste un algoritmo per tutto: il giornale perfetto, il pranzo perfetto, il delitto perfetto. Questi aridi manichini del sapere moderno pensano di controllare la realtà, racchiudendola in una previsione statistica che consenta di anticipare i comportamenti umani per offrirli in pasto ai pubblicitari. Poi per fortuna arriva sempre qualcuno posseduto dal coraggio e dalla sana follia della passione che tira un calcio agli algoritmi e, azzardando ciò che nessuno aveva ancora previsto, ci salva. E li frega.

Gramellini, che peraltro io considero un valente giornalista e del quale, in più di una occasione, ho apprezzato la profondità d'animo e il coraggio intellettuale, qui commette un clamoroso scivolone. Mosso dal suo consueto sentimentalismo ma soprattutto da un insolito (e poco spiegabile) astio nei confronti degli scienziati, giudica, insulta, generalizza.
Aridi manichini del sapere moderno? Occhi a forma di dollaro? Cuore a forma di granchio? Come se fare scienza fosse sinonimo di avidità economica e di insensibile cinismo. Mi sa che il granchio (e anche grosso) stavolta l'ha preso Gramellini.

martedì 29 ottobre 2013

I premi Turing: Maurice Wilkes

Nel 1967, lo stesso anno in cui uscì il disco "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" dei Beatles, venne combattuta la guerra dei Sei Giorni in Medio Oriente e Christiaan Barnard effettuò il primo trapianto di cuore della storia, l'informatico inglese Maurice Wilkes ricevette il secondo premio Turing.
Questo pioniere della computazione, scomparso solo tre anni fa all'età di 97 anni, si meritò l'ambito riconoscimento per essere stato il principale artefice  di EDSAC, uno dei primi computer della storia, che entrò in funzione all'Università di Cambridge nel maggio del 1949.
Cosa aveva di speciale questa storica macchina rispetto ai computer precedenti? Fu uno dei primissimi computer elettronici nei quali il programma veniva registrato nella memoria interna assieme ai dati: anzi, il primo in assoluto, se escludiamo le macchine costruite per scopi puramente sperimentali e non pratici. Nei precedenti calcolatori, i programmi venivano immagazzinati in una memoria distinta da quella riservata ai dati, oppure non venivano affatti memorizzati ma introdotti attraverso modifiche manuali delle connessioni dei cavi: tra i computer che implementarono questo modello, ricordo l'Atanasoff-Berry Computer, i Colossus Mark I e II, e il celebre ENIAC.

Lo schema che prevede la coesistenza del programma e dei dati nella memoria è noto come architettura di Von Neumann. Wilkes fu probabilmente il primo scienziato che comprese a fondo i vantaggi di questo modello architetturale, oggi considerato insostituibile per qualsiasi calcolatore, e volle utilizzarlo superando per sempre la tecnologia precedente.
È significativo sottolineare che Wilkes era inglese, ed EDSAC vide la luce a Cambridge: qualche anno dopo gli studi teorici di Turing, questa conquista rappresentò un'altra pagina entusiasmante nella storia della computazione britannica.

Prima della guerra, Wilkes aveva studiato matematica, sempre a Cambridge. La passione per l'informatica gli nacque quando si imbatté nei documenti di progettazione di un altro famoso computer, l'americano EDVAC. Il sogno di costruire a Cambridge una macchina ancora migliore, basata su un'architettura innovativa, si  rafforzò dopo avere assistito in terra statunitense ad una serie di lezioni tenute dai ricercatori che avevano realizzato ENIAC.
Il 6 maggio 1949, quando il primo programma animò i circuiti elettronici di EDSAC producendo una lista di numeri quadrati e un elenco di numeri primi, Wilkes aveva solo 36 anni, ma già era considerato tra le massime personalità del mondo informatico mondiale. Eppure questa importante conquista già gli andava stretta: negli anni successivi, Wilkes si impegnò in nuovi importantissimi progetti, tra i quali la creazione del primo computer elettronico per uso commerciale, battezzato LEO I, la realizzazione, negli anni Settanta, di una delle prime reti di calcolatori ad alta velocità della storia, il Cambridge Ring, e soprattutto l'introduzione della tecnica della microprogrammazione, mediante la quale ogni istruzione in linguaggio macchina contenuta in un programma, anziché attivare direttamente una serie di circuiti interni del computer, richiama a sua volta un "microprogramma" contenuto in una speciale memoria di controllo.

Nel 1951 Wilkes scrisse, assieme a David Wheeler e Stanley Gill, quello che forse rappresenta il primo libro sulla programmazione, intitolato "The preparation of programs for an electronic digital computer".
La carriera accademica di Wilkes fu ovviamente brillante: fino al 1970 guidò il laboratorio di matematica a Cambridge, e nel decennio successivo passò a dirigere quello di informatica. Negli anni successivi lavorò per la DEC e fu professore al MIT.
Negli anni Ottanta collaborò anche all'Olivetti Research Laboratory di Cambridge: si trattava di un istituto di ricerca nel campo dell'informatica e delle telecomunicazioni, fondato da Hermann Hauser della Olivetti e dal professor Andy Hopper, che aveva lavorato con Wilkes al progetto del Cambridge Ring. Questo istituto fu acquisito nel 1999 da AT&T e chiuse definitivamente i battenti tre anni dopo.
Maurice Wilkes lavorò intensamente fino a metà degli anni Novanta. La sua eredità nel campo dell'informatica è enorme. È anche grazie a lui che oggi possiamo contare su computer efficienti e potenti.

giovedì 17 ottobre 2013

Intervista ai Rudi Mathematici

Con questo post ha inizio una nuova serie di interviste a personalità del mondo della divulgazione e della matematica. È quindi con grande piacere che vi presento il primo di questi appuntamenti. Ad essere intervistata non è una sola persona, ma addirittura tre: gli inimitabili, geniali e simpaticissimi Rudi Mathematici!
Chi non ha imparato ad amare la loro brillante leggerezza nel parlare di matematica? Chi non conosce la loro storica e-zine, la celebre "rivista fondata nell'altro millennio", giunta ormai al quindicesimo anno e al numero 177? E chi non si è mai cimentato con i loro divertenti enigmi presentati su "Le Scienze"?
I Rudi Mathematici sono anche autori di un libro, "Rudi simmetrie" (edizioni Coop Studi), insignito del premio Peano Giovani Autori nel 2007.
Ma bando alle ciance. Lasciamo parlare loro, i Rudi. Li ringrazio di cuore per avermi concesso l'intervista, con la loro consueta simpatia. E buona lettura a tutti!

Chi sono, veramente, i Rudi Mathematici? E come sono diventati i Rudi Mathematici?
Se per “veramente” si intende “nel mondo reale”, o ancora più banalmente, al registro dell’anagrafe, la risposta è facile: sono Rodolfo Clerico (Rudy D’Alembert), Francesca Ortenzio (Alice Riddle) e Piero Fabbri (Piotr Rezierovic Silverbrahms): due fisici (uno un po’ più fisico dell’altro) e un’ingegnere (l’apostrofo è voluto). Sono diventati Rudi Mathematici perché Rodolfo/Rudy, in ufficio, si divertiva a tormentare e vicini di scrivania con indovinelli e problemi di matematica. Nessuno lo ha contraddetto, finché tra i vicini di scrivania non è capitata Francesca/Alice. Lei gli fa: “…e perché non ci fai un giornaletto, con questi problemi?” e Rudy lo ha fatto. Lo ha chiamato “Rudy Mathematici”, (con la ipsilon) perché è un egocentrico e perché gli piacevano tanto i “Ludi Mathematici” di Leon Battista Alberti. Era già tutto fatto, in pratica: Rudy che scovava problemi e Alice che mostrava al mondo che le cose si possono fare, non solo immaginare. Poi è arrivato anche Piero/Piotr, compagno d’università di Rudy, con il compito istituzionale di sollevare polvere e vendere fumo. A questo punto la ipsilon è diventata una “i”, e “Rudi Mathematici”, l’e-zine, era davvero nata. Per un sacco di tempo i tre nomi anagrafici sono restati misteriosi e noi giocavamo a fare le primule rosse della matematica del web (la verità? Avevamo tutti e tre una paura folle che la gente si accorgesse che in matematica siamo scarsi, anzi, scarsissimi), finché non siamo sbarcati in maniera del tutto inaspettata sulle pagine di Le Scienze. Lì i nomi veri dovevano saltar fuori (insieme alle nostre vanitosissime code di pavone), e lo hanno fatto rumorosamente, al punto di far cadere la “acca”; e infatti lì siamo noti come “Rudi Matematici”. Lettere che cambiano, lettere che cadono… in fondo, è quasi tutta qui, in un frullare di lettere, la storia della nascita di RM.
 
A mio parere, una delle cifre più interessanti e originali del vostro stile è una felice combinazione di matematica e narrativa. In generale, secondo voi, queste forme di contaminazione possono rappresentare una soluzione al problema della difficile penetrazione della scienza tra il pubblico, e un modo efficace per trasmettere alle persone l'amore per le discipline matematiche e scientifiche?
Esiste davvero – laboratori chimici e reparti epidemiologi d’ospedale a parte – qualche umana disciplina o istituzione in cui la contaminazione non sia anche e soprattutto un arricchimento? I meticci sono quasi sempre più robusti e più svegli dei genitori di razza pura. Nel nostro caso specifico, in realtà, il primo fronte che volevamo sfondare era proprio quello, banale, del riconoscere alla matematica la capacità di divertire. È indubbio che risolvere un indovinello sia estremamente più piacevole che fare esercizi sugli integrali tripli per passare l’esame di Analisi Due, ma allo stesso tempo è altrettanto vero che sempre di matematica si tratta. Il primo passo è stato quindi quello di provare ad usare un linguaggio diretto e poco formale, colloquiale e quotidiano, anche nell’esposizione dei nostri problemini. Il passo successivo, quello di raccontare la matematica come se la racconterebbero tre amici mentre bevono una birra. E quando si beve una birra insieme, non si parla mica solo di matematica… In buona sostanza, per noi era quasi una scelta obbligata: non siamo matematici professionisti, e i matematici professionisti probabilmente si accorgono facilmente che, anche volendo, non potremmo scrivere memorie accademiche perché, oltre alle conoscenze tecniche, ci manca persino il “linguaggio” giusto per certe prestazioni. Però siamo sempre stati convinti che la matematica non sia solo quella accademica, e che fosse trasformabile in racconti, in storie, e in chiacchiere da salotto. Il buon successo che ha trovato RM è probabilmente un indice del fatto che sì, queste contaminazioni possono essere utili. La scienza vera è certo una cosa diversa, ma la passione per la scienza vera inizia dall’entusiasmo delle persone normali, e normalmente affascinabili: e se queste persone sono giovani, magari da grandi potrebbero decidere, sull’onda dell’entusiasmo, di diventare degli scienziati. Se sapessimo di aver convinto anche un solo ragazzo indeciso a studiare scienza, anziché scegliere una professione più remunerativa e normale, avremmo già (e di gran lunga) ottenuto il nostro primario obiettivo.
 
Qual è il "valore" del divulgare la matematica, e in generale la scienza, oggi, in Italia?
Qual è il valore di un giro al Louvre? Quale quello di vedere un bel film, di assistere a un bel concerto? Quale quello di provare a scrivere una poesia, o di stupirsi del magico ritorno, ogni anno, della primavera? Una volta risolti quelli che gli scienziati chiamano “bisogni primari” come il cibo, il posto al caldo, la possibilità di dormire al sicuro, quasi ogni altra azione degli uomini è governata direttamente dalle emozioni e, più esplicitamente, dalla ricerca del bello. La scienza ha una caratteristica molto particolare, non frequente nelle altre attività umane: è utilissima per soddisfare i bisogni primari e migliorare la qualità della vita, e inoltre è bella quanto le opere d’arte più magnifiche. Messa in questi termini, è stupefacente che esista qualcuno che possa decidere di ignorarla, di vivere senza avvicinarvisi. Ma succede, e succede troppo spesso. Forse perché costa un po’ di fatica impararne il linguaggio, gli strumenti d’utilizzo, ma è uno scotto da pagare solo all’inizio e anche ragionevolmente piccolo, se si riesce ad intravvedere le delizie che è pronta a disvelare. La divulgazione dovrebbe riuscire a fare un po’ questo: spiegare che c’è un mondo spettacolare da scoprire, e che il biglietto per lo spettacolo non costa poi tanto. Ci servono scienziati e tecnici, in Italia più ancora che altrove; ma forse non è tanto sul “bisogno di loro” che si dovrebbe puntare: il patto implicito nell’esortazione “studia tanto, poi avrai un lavoro sicuro” è un’equazione complicata, in cui entrambi i termini sono in realtà poco definiti e poco sicuri. E poi è un’equazione che tutti i giovani  tengono in realtà ben presente, specie in tempi di crisi. L’altra equazione “guarda cosa ha scoperto la scienza, ti piacerà e ti divertirai” è molto più semplice, diretta, e assolutamente autentica. E, probabilmente, persino più efficace della prima.

Potete dare un consiglio ad un giovane che aspira a diventare divulgatore o a coltivare la nobile arte della matematica ricreativa?
Noi dare consigli? Mamma mia, non siamo mica preparati a cotanto. Quel che possiamo dire, anche se rischia di suonare molto banale e retorico, che in un campo come questo quello che conta è la passione. La risposta è davvero retorica e banale (si risponde sempre così, a prescindere dal tema specifico: cosa ci vuole per diventare bravi attori? Tanta passione. Per diventare vigili del fuoco? Tanta passione. Per fare il record del mondo di impilatore di tessere del domino? Tanta passione. Per essere la pornostar più acclamata del mondo? Tanta passione.) ma è difficile darne un'altra. Anche perché, a differenza degli attori, dei vigili del fuoco e delle pornostar, fare i divulgatori – almeno come li facciamo noi – non è certo un lavoro che consenta di mettere insieme pranzo e cena, e meno che mai di pagare l’affitto. Esistono bravi divulgatori di scienza, per fortuna; ma di personaggi che siano riusciti a vivere facendo il mestiere di propugnatore della matematica ricreativa conosciamo solo Martin Gardner. Ma lui è stato il primo, oltre che l’unico; e poi era americano, viveva un un’epoca diversa e, in ultima analisi, era un giornalista appassionato di matematica, e quindi un “divulgatore” professionista ab origo. La verità è che noi siamo lusingatissimi di sentirci chiamare “divulgatori”, ma non abbiamo mai seriamente pensato di esserlo. Abbiamo cominciato per divertirci e convinti che, grazie alla rete (che quindici anni fa era comunque qualcosa di molto diverso da quello che è adesso), avremmo trovato altri che volevano divertirsi con noi. Siamo figli dei nostri tempi, e siamo diventati quello che siamo più per caso che per progetto. Pensi che su queste premesse potremmo davvero dare un consiglio al nostro ipotetico giovane emulo? Se la risposta è “sì”, allora il consiglio diventa “Fai quel che ti diverte, sempre che tu abbia assicurato di avere di che vivere in qualche modo alternativo. E fallo con gli strumenti che hai sottomano, che condividi con altri”.

Leggendo su "Le Scienze" i vostri giochi matematici, mi sorprendo spesso a chiedermi come fate ogni volta a inventare enigmi così belli! Ma secondo voi in cosa consiste veramente la bellezza della matematica?
Questa domanda richiede innanzitutto una doverosa precisazione. Ci vergogniamo sempre un po’ a confessarlo, ma lo abbiamo sempre detto esplicitamente: noi, quasi senza eccezione, non inventiamo enigmi. Li cerchiamo, li sceneggiamo, li elaboriamo. Li ricaviamo talvolta da qualche strana proprietà, altre volte li prendiamo quasi interamente già fatti. Questo, almeno, per quanto riguarda Rudi Mathematici, la nostra e-zine. Anche i problemi che pubblichiamo su Le Scienze sono, quasi sempre, problemi non originali, ma lì entra in gioco anche la narrazione, la persistenza e la caratterizzazione dei personaggi, l’obbligo di raccontare una piccola storia (questa sì, davvero originale) entro cui nascondere un problema. Problema che, una volta analizzato criticamente e spogliato dal contesto, risulterà poi essere, inevitabilmente o quasi, un problema già noto nella vasta letteratura dei problemi della matematica ricreativa. Quindi, per una prima risposta parziale, possiamo spogliarci della nostra notoria modestia e dire che sì, in parte, anche il confezionamento, la sceneggiatura, e soprattutto quella che noi chiamiamo “de-matematizzazione” di un problema sono elementi importanti per far sì che un problema risulti “bello”. Ma sono solo elementi, e tutt’altro che esaustivi. E poi, la tua domanda è ben più ampia, più generale: non chiede: “cosa rende un problema di matematica bello?”, ma pone il quesito ben più ardito “in cosa consiste la bellezza della matematica?”. E questa domanda è davvero difficile, opinabile, personale. Una delle cose più affascinanti della matematica è il suo essere indipendente dal mondo esterno; d’altro lato, ancora più affascinante è proprio la sua capacità (“irragionevole capacità”, l’hanno chiamata molti saggi) di descriverlo con sorprendente efficacia. Oppure la sua profonda capacità di scoprire cose nuove: tutte le scienze fanno delle “scoperte”, ma quelle matematiche sorprendono di più, perché in teoria si raggiungono solo attraverso percorsi logici, consequenziali a degli assiomi; quindi, in teoria, sono scoperte che erano già dentro la matematica, dentro la premessa iniziale. Tutto già dentro, eppure risulta incredibilmente stupefacente quando si squaderna, diventando evidente. È un po’ come se, guardando un filamento di DNA, si potesse capire tutto l’aspetto, i comportamenti, i desideri del proprietario del DNA stesso; analizzare una piccola sequenza di acidi nucleici, e capire il sorriso che farà quell’uomo quando gli nascerà il primo figlio. Un’altra sequenza esaminata, e si capiscono quali siano i suoi pensieri mentre torna a casa stanco dall’ufficio. In qualche misura, l’analogia biologica è errata, perché molte caratteristiche dell’individuo non sono genetiche, ma causate dalle sue esperienze e dall’ambiente. Per la matematica, invece, no: tutti i suoi misteri che si scopriranno in futuro sono già qui, conseguenze pre-scritte di quello che già possediamo. La matematica è un linguaggio attraverso il quale si possono scrivere infinite opere in infinite lingue, e ne possediamo già l’alfabeto. Ogni volta che viene scritto un nuovo teorema-romanzo, è certo una conquista del nuovo, ma anche un riutilizzo del medesimo alfabeto. E questo, almeno a noi, sembra bellissimo.

martedì 15 ottobre 2013

Buon compleanno, Calvino!

Devo farcela. Entro mezzanotte. Un post magari breve, pochi concetti senza troppi fronzoli: ma un post deve uscire, entro mezzanotte. Già, perché quando un amico compie gli anni, non è tanto bello fargli gli auguri in ritardo. È brutto dare l'impressione di esserci dimenticati, o di aver dato la precedenza ad altre cose.
Quando poi l'amico non è uno qualsiasi, ma Italo Calvino, bè, diventa decisamente fondamentale rispettare i tempi. Già scrivere adesso, a ridosso della fine della giornata, non mi fa onore. Ma tant'è: mica si può essere perfetti. E comunque, in un blog che ruba il nome al titolo di uno dei libri più belli (a mio parere) del grande scrittore, tacere la ricorrenza di oggi, 15 ottobre, sarebbe una colpa imperdonabile.
Quindi lo dico: buon compleanno, Italo Calvino. Avrebbe novant'anni oggi: mica tanti, in fondo. Da quel triste 19 settembre del 1985 sono passati quasi trent'anni: chissà quanti e quali libri meravigliosi avrebbe potuto scrivere, se la sua vita non si fosse interrotta così prematuramente.

Il quesito non ha risposta, ovviamente. Eppure, siamo a conoscenza di un romanzo che Calvino avrebbe voluto scrivere e che invece non scrisse mai. Di quest'opera mai realizzata conosciamo anche il titolo: "L'ordine nel delitto". Si tratta di un romanzo poliziesco, che Calvino aveva concepito come sviluppo dell'idea presente nel racconto "L'incendio della casa abominevole", pubblicato nel 1973 sull'edizione italiana di Playboy. Grazie a questo racconto, Calvino fu ammesso nel celebre gruppo dell'OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle).
Secondo alcune testimonianze, proprio nel 1985 il narratore sanremese progettava di riprendere in mano quel suo vecchio racconto, ma la morte rese la cosa impossibile (così come impedì a Calvino di ricevere, proprio alla fine di quell'anno, il Nobel per la letteratura che, secondo alcuni, gli accademici svedesi avevano già deciso di consegnargli).

Il racconto dal quale sarebbe dovuto derivare "L'ordine nel delitto" è un sorprendente esempio dell'interesse che Calvino nutriva per la matematica, e addirittura per l'informatica. Si tratta infatti di una intricata storia poliziesca dalla struttura combinatoria: trovare la soluzione del caso rappresenta un problema computazionale molto complesso, che può essere affrontato soltanto utilizzando un computer. Non a caso, per realizzare il racconto originario, Calvino si servì della consulenza di un programmatore, tale William Skyvington. 
La storia prende le mosse dal ritrovamento di un diario quasi distrutto contenente la testimonianza di dodici  atti abominevoli compiuti in una casa devastata da un incendio: accoltellare, diffamare, drogare, indurre al suicidio, legare e imbavagliare, minacciare con pistola, prostituire, ricattare, sedurre, spiare, strozzare, violentare.
Quattro sono le persone che hanno abitato la casa, e che sono morte nell‘incendio: una affittacamere, un giovane diseredato, una fotomodella, un ex campione di catch.
Un programmatore (guarda caso) viene incaricato di sbrogliare la matassa, cioè capire di chi era il diario e chi è il colpevole.
Calvino descrive esplicitamente l'idea combinatoria e quindi fortemente matematica:

Anche ammettendo che ognuna delle dodici azioni sia stata compiuta da una sola persona ai danni d'una sola altra persona, ricostruire gli avvenimenti è un compito arduo: se i personaggi in questione sono quattro, presi a due a due possono configurare dodici relazioni diverse per ciascuno dei dodici tipi di relazione elencati. Le soluzioni possibili sono dunque dodici alla dodicesima potenza, cioè occorre scegliere tra un numero di soluzioni che ammonta a ottomilaottocentosettantaquattro miliardi, duecentonovantasei milioni, seicentosettantaduemiladuecentocinquantasei. Non c'è da stupirsi se la nostra troppo indaffarata polizia ha preferito archiviare l'inchiesta, con la buona ragione che, per quanti delitti possano esser stati commessi, certo i rei sono morti insieme alle vittime. 

Per un informatico come me, questo è davvero meravigliosamente interessante. Quindi, a maggior ragione: tanti auguri, Italo.

lunedì 14 ottobre 2013

Carnevale della Matematica #66 su Il Post

Raggiunge oggi quota 66 il glorioso Carnevale della Matematica. Ed è proprio il fondatore, Maurizio .mau. Codogno, a ospitarlo su Il Post, con il tema "Parole e numeri".
L'incipit scelto da .mau. è tratto da "Brennero '66", una delle prime canzoni dei Pooh. Ma, come lo stesso Maurizio ci ricorda, il numero 66 evoca a molti anche la leggendaria Route 66, la "strada madre".

Esaurite le suggestioni iniziali di questo bel numero, il Carnevale si snoda finalmente attraverso i numerosi e interessanti contributi, orchestrati con bravura da Maurizio.
Questa volta Mr. Palomar ha l'onore di essere il primo blog menzionato, e a differenza dei mesi precedenti ci sono ben sette contributi segnalati (per inciso, colgo l'occasione per rispondere alla domanda aperta di .mau.: il libro "Comunicare la scienza", recensito nel mio ultimo post, non tratta specificamente di matematica, ma ricorda alcune esperienze storiche di divulgazione in questo ambito, come ad esempio il cortometraggio "Flatlandia" realizzato da Michele Emmer nel 1982).

Molto interessanti gli altri contributi: dal Gloglottatore ai Rudi Matematici, dal Coniglio Mannaro al Tamburo Riparato, da Popinga a Matema@ticaMente, da Con le mele a DropSea, da MaddMaths! a .mau. stesso, sul Post e sulle Notiziole.
Non siete ancora corsi a leggere il nuovo Carnevale? Bè, che cosa aspettate?
Come sempre, dunque, complimenti a tutti i partecipanti e al padrone di casa.
Il prossimo Carnevale sarà ospitato per la prima volta da Spartaco Mencaroni nel suo blog Il Coniglio Mannaro. Il tema, come da tradizione non obbligatorio, sarà “matematica ed organismi viventi”
Evviva il Carnevale della Matematica!

sabato 12 ottobre 2013

Comunicare la scienza

Bologna, sabato scorso: piacevole gita in città con un caro amico, programmata da tempo. Una pioggerellina gentile accarezza le nostre peregrinazioni alla ricerca dei luoghi di Pasolini, di Roversi, di John Lennon (c'erano un paio di mostre a lui dedicate). Nel pomeriggio, un giro in una grande libreria del centro.
Nelle librerie, soprattutto in alcune, io mi perdo, non uscirei più.
Vado a dare un'occhiata allo scaffale dei libri di scienza, e vengo subito attratto da un titolo: "Comunicare la scienza". Guardo gli autori: Silvia Bencivelli e Francesco Paolo de Ceglia.

Bè, già la prima autrice è una garanzia di serietà, penso tra me e me. Sfoglio rapidamente il volumetto, edito da Carocci, e vi trovo molti argomenti per me di grande interesse: la comunicazione della scienza nell'editoria periodica e libraria, alla radio e alla televisione, nel web, nei musei.

In un attimo decido che lo compro. Raggiungo il mio amico alla cassa, pago ed esco contento.
Tornato a casa la sera, mi tuffo nella lettura di questo libro di recente uscita, e capisco subito che si tratta di un utilissimo strumento per chi desidera conoscere meglio il mondo della comunicazione scientifica in Italia.
La Bencivelli e de Ceglia sono riusciti a confezionare un vademecum prezioso per scienziati impegnati nella comunicazione, giornalisti scientifici, science writers, bloggers, animatori museali, e così via.
La trattazione è precisa, esaustiva. Ognuno dei diversi canali in cui si può esprimere l'attività del comunicatore scientifico viene analizzato con grande accuratezza, fornendo suggerimenti e chiarimenti che raramente ho trovato altrove.
Ci sono alcune sezioni particolarmente interessanti, tra le quali una breve panoramica sulla storia della divulgazione in Italia, l'appendice sugli aspetti economici e contrattuali dell'attività di freelance, la ricca bibliografia sull'argomento.
Durante la mia attenta e beata lettura del libro, a un certo punto sono arrivato al capitolo dedicato al web. Con mia enorme sorpresa, ho scoperto che, nel riquadro in cui vengono segnalati alcuni blog di scienza, viene menzionato il blog che state leggendo (per la verità mi fanno ottima compagnia altri ottimi blog di altrettanto ottimi amici divulgatori).
Non mi era mai capitato di trovare il mio nome in un libro, credo. Trovarlo in un'opera così ben fatta fa davvero piacere. Ma vi garantisco: avrei scritto questo post anche se il mio blog non fosse stato citato.
Credo sinceramente che sia un libro fondamentale e indispensabile per chi opera nell'ambito della comunicazione scientifica o aspira a farlo. Buona lettura.

giovedì 10 ottobre 2013

I premi Turing: Alan Perlis


Chissà se nel 1966, quando venne assegnato il primo dei prestigiosi premi Turing, la commissione fu influenzata dal nome di battesimo del simpatico signore che vedete nella figura accanto, sul quale alla fine cadde la scelta.
Lo scienziato informatico americano Alan Jay Perlis, nato a Pittsburgh nel 1922 da una famiglia ebrea, portava infatti lo stesso nome del grande matematico al quale era stato intitolato il riconoscimento.
Ma i meriti di Perlis vanno ben al di là del nome (che casomai sarebbe stato un merito dei genitori: ma questo è un altro discorso).
Se oggi a scuola si studia l'informatica come si studiano la matematica, la storia e la filosofia, se ci si può iscrivere a un corso di laurea di "Informatica" o di "Ingegneria Informatica", se si sostengono esami di programmazione o di teoria dei compilatori, lo dobbiamo in parte anche a lui.

Quando il giovane Perlis si iscrisse all'università, la scienza dei calcolatori era ancora nella sua infanzia. Non esistevano ancora computer elettronici programmabili, né, tantomeno, linguaggi di programmazione. Erano passati solo tre anni dalla pubblicazione dell'articolo con il quale Alan Turing aveva di fatto fondato l'informatica come scienza. 
Naturalmente non esistevano nemmeno corsi di laurea in informatica: Perlis si iscrisse a chimica e si laureò nel dicembre del 1942.
Fu solo nel periodo del servizio militare, in piena seconda guerra mondiale, che il nostro Alan cominciò a studiare matematica: nel 1949 ottenne un master degree al MIT, e l'anno successivo conseguì il dottorato.
Nel 1952 lavorò al pionieristico progetto "Whirlwind", che mirava a realizzare un computer molto avanzato utilizzabile dalla marina militare americana come simulatore di volo. Negli anni successivi fu professore di matematica a Purdue e poi alla Carnegie Mellon.

In quel periodo, Perlis fu tra i primissimi ricercatori che si occuparono della definizione di nuovi linguaggi di programmazione e del conseguente sviluppo di compilatori, cioè sistemi in grado di comprendere e far eseguire programmi scritti in un certo linguaggio.
Profondamente convinto dell’importanza crescente dell’informatica e in particolare dell'arte della programmazione, si battè strenuamente per l’istituzione di corsi universitari specifici, distinti da quelli di calcolo numerico, e di dipartimenti autonomi al pari di quelli delle altre materie scientifiche.
Sul finire degli anni Cinquanta, Perlis fu tra i creatori del celebre linguaggio Algol, per molti aspetti precursore di numerosi fortunati linguaggi successivi, come quelli della famiglia del C.  Negli anni Sessanta sviluppò varie estensioni di Algol e propose innovative tecnologie e tecniche di programmazione.

Il premio Turing che ricevette nel 1966 ratificò il suo fondamentale contributo nello sviluppo della teoria della programmazione. Secondo la motivazione ufficiale, il riconoscimento gli fu consegnato “per la sua influenza nell’area delle tecniche avanzate di programmazione e nella costruzione di compilatori”.
Nel 1971 Perlis si trasferì nel neonato dipartimento di informatica dell’università di Yale, e vi rimase fino alla morte, che lo colse nel 1990.

Al di là delle ricerche che gli valsero il premio Turing, Perlis è famoso soprattutto per aver scritto, nel 1981, un articolo intitolato “Epigrammi sulla programmazione”, costituito da una serie di aforismi che sintetizzano la sua visione del mondo dell’informatica e della programmazione.

Ecco una selezione di questi epigrammi (tradotti dal sottoscritto):
  • La programmazione è un atto contro natura.
  • La programmazione è un gioco di parole.
  • Un programma senza cicli e variabili strutturate non vale la pena di essere scritto.
  • Per capire un programma si deve diventare al tempo stesso la macchina e il programma.
  • La semplicità non precede la complessità, la segue.
  • Gli sciocchi ignorano la complessità. I pragmatici ne soffrono. Alcune persone possono evitarla. I geni la rimuovono.
  • Non avere buone idee, se non sei disposto ad esserne responsabile.
  • Quando scriviamo programmi che "imparano", alla fine si scopre che siamo noi a imparare, non loro.
  • Non sbagliarti su questa cosa: i computer elaborano numeri, non simboli. Noi comprendiamo e controlliamo le cose nella misura in cui possiamo aritmetizzare un'attività.
  • Qual è la differenza tra una macchina di Turing e il computer moderno ? La stessa che c'è tra l'ascesa dell'Everest da parte di Hillary e la costruzione di un hotel Hilton sulla sua vetta.
  • L'informatica è imbarazzata dal computer.
  • All'interno di un computer il linguaggio naturale è innaturale.
  • Adattare vecchi programmi per poter utilizzare le nuove macchine significa di solito adeguare le nuove macchine a comportarsi come quelle vecchie.
  • L'undicesimo comandamento era "Tu calcolerai" oppure "Non calcolare": non ricordo quale dei due.
  • Perché cadde l'impero romano? Come si dice "office automation" in latino?

lunedì 30 settembre 2013

Nomi di numeri - Parte terza (e imprevista)

A proposito di "nomi di numeri", mi sono reso conto di aver tralasciato una citazione deliziosa e quanto mai pertinente, che non posso fare a meno di riportare.
Nel racconto "A inventare i numeri", tratto da "Favole al telefono" (Einaudi, 1962), l'inarrivabile Gianni Rodari ci mostra come sia possibile inventare nuovi e fantasiosi nomi per le quantità numeriche.

Ne riporto qualche frammento: il resto del racconto e delle altre favole lo potete trovare in libreria o in biblioteca.

- Inventiamo dei numeri?
- Inventiamoli, comincio io. Quasi uno, quasi due, quasi tre, quasi quattro, quasi cinque, quasi sei.
- È troppo poco. Senti questi: uno stramilione di biliardoni, un ottone di millantoni, un meravigliardo e un meraviglione.
- Io allora inventerò una tabellina:
   tre per uno Trento e Belluno
   tre per due bistecca di bue
   tre per tre latte e caffè
   tre per quattro cioccolato
   tre per cinque malelingue
   tre per sei patrizi e plebei
   tre per sette torta a fette
   tre per otto piselli e risotto
   tre per nove scarpe nuove
   tre per dieci pasta e ceci.

(...)
 - Allora inventiamo in fretta altri numeri per finire. Li dico io, alla maniera di Modena: unci dunci trinci, quara quarinci, miri miminci, un fan dès.
- E io li dico alla maniera di Roma: unzi donzi tenzi, quale qualinzi, mele melinzi, riffe raffe e dieci.

venerdì 27 settembre 2013

Parole informatiche: font

In quella parte di gergo informatico che è divenuta ormai familiare per molte persone anche non "addette ai lavori", una delle parole più frequenti è "font". Il termine, entrato prepotentemente da anni anche nel dizionario italiano, è di immediata provenienza inglese, ma vanta una lontana origine francese.
La parola "fonte", infatti, appartenente al francese medievale, e a sua volta deriva dal verbo latino "fundere", che vuol dire "fondere" ma anche "versare".

Com'è facile intuire, il riferimento è ai caratteri mobili, che, a partire dall’invenzione della stampa moderna ad opera di Johann Gutenberg, venivano ottenuti versando in uno stampo il metallo fuso (una lega di antimonio, piombo e stagno). Una volta prodotti, i caratteri venivano allineati in modo da comporre le righe del testo da stampare. Poi, utilizzando una pressa, si “tiravano” le copie di ogni pagina.
La perizia dei tipografi diede vita, nel corso dei secoli, a innumerevoli e bellissime serie complete di caratteri mobili, ciascuna caratterizzata da una propria "personalità" grafica. 
I creatori di questi set completi concepivano il "design" complessivo della serie e poi disegnavano i singoli caratteri, includendo solitamente lettere, numeri e punteggiatura, e a volte anche glifi speciali corrispondenti a simboli matematici, segni di valuta, note musicali, icone e disegni, e chissà cos'altro.  Solitamente, in ogni serie completa i tipografi includevano lo stesso carattere più volte, in diverse dimensioni e in diversi stili (normale, grassetto, corsivo, ecc.).
Ciascun set completo di questo tipo veniva chiamata, dai tipografi francesi, "police d’écriture", mentre una singola serie caratterizzata da un unico stile e da un'unica dimensione era detta "fonte".  Anche i colleghi italiani parlavano, corrispondentemente, di "polizze" e di "fonti".

In tempi più recenti, quando con l'avvento delle tecnologie informatiche si dovette applicare l'antico lessico tipografico al mondo digitale, non si tenne conto di questa sottile differenza tra polizze e fonti, e si cominciò a utilizzare disinvoltamente il termine "fonte" per indicare l'intera polizza di caratteri.
L'imporsi dell'inglese come lingua franca dell'informatica spiega la diffusione della parola "font", che, sovrastando la grafia alternativa "fount", si diffuse rapidamente per rappresentare il concetto di "polizza" (che in inglese, più correttamente, andrebbe tradotto come "typeface").
Si ritiene che l'ingresso del termine "font" nel vocabolario informatico italiano risalga al 1984, anno nel quale debuttò il glorioso Macintosh di Apple.
Interessante, poi, la questione del genere della parola "font": nel francese medievale "fonte" era femminile (e anche il vecchio termine italiano "fonte" lo era), ma l'inglese "font" è neutro. Di solito l'italiano recepisce come maschili i termini inglesi neutri, e così avvenne anche per "font".

L'ultimo post di Mr. Palomar, anzi no

Sono trascorsi quasi 14 anni da quel Capodanno del 2011, quando Mr. Palomar  vide la luce. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti, c...