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martedì 26 novembre 2013

Parole informatiche: blog

C'era una volta...
- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno. 


Come continua questa storia? Con il falegname Mastro Ciliegia, che dona il pezzo di legno parlante a Maestro Geppetto? Con il burattino ribelle che Geppetto decide di scolpire? Con il Grillo Parlante, Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe, la Fata Turchina, Lucignolo e il Pescecane?
No, niente di tutto questo. Avete sbagliato storia.
La storia prosegue con un marinaio inglese del sedicesimo secolo, che getta in mare quel pezzo di legno.
In mare? E perché mai?
Perché qualche decennio prima un portoghese, tale Bartolomeu Crescencio, ha inventato un nuovo modo per misurare la velocità della nave. Si prende una fune annodata a intervalli regolari, la si avvolge a una bobina, e si lega un pezzo di legno alla fune; poi si butta il ceppo in acqua e lo si lascia galleggiare a fianco della nave.
Non appena la nave comincia a muoversi, la fune si srotola.
La velocità della nave viene determinata con buona approssimazione in funzione della porzione di fune che si è srotolata.
Per fare questa misurazione, il nostro marinaio inglese sta contando il numero di nodi che passano nelle sue mani in un certo intervallo di tempo.

Molto ingegnoso, non c'è che dire. Gli uomini di mare sono contenti perché in questo modo si può calcolare facilmente la velocità della nave e quindi le distanze coperte durante i viaggi.
Vi eravate mai chiesti perché ancora oggi l'unità di misura della velocità delle navi è il "nodo"? Se non lo sapevate, ora l'avete capito.

Un'altra cosa che è interessante sapere è che il nostro amico marinaio del sedicesimo secolo chiama il pezzo di legno con una parola molto breve: log.
Log è parola dell'inglese arcaico, di origine sconosciuta ma già utilizzata all'inizio del XIV secolo.
Significa semplicemente "grosso ceppo di legno", "ciocco", "tronco". 

D'altra parte con questo significato viene utilizzata ancora oggi: prova ne è il testo della beatlesiana "A hard day's night", in cui John Lennon canta:

It's been a hard day's night
And I've been working like a dog.
It's been a hard day's night
I should be sleeping like a log.


ovvero:

È stata la sera di una giornata faticosa
E ho lavorato come un cane.
È stata la sera di una giornata faticosa
E dovrei già dormire come un ciocco.



Ecco che il nostro marinaio, come tutti i suoi colleghi, chiamano log il ceppo utilizzato per misurare la velocità della nave, e chiama log-book, o anche semplicemente log, il libro di bordo sul quale vengono annotate le misurazioni.
Col passare del tempo il log-book diventa un registro molto più ricco, contenente anche altri tipi di informazioni operative: ad esempio le condizioni atmosferiche, i tempi in cui avvengono determinati eventi, gli  incidenti verificatisi, i membri dell'equipaggio, i porti ai quali la nave attracca, e così via.

È facile comprendere come il termine log sia stato importato dal gergo informatico con il significato di registro delle operazioni che vengono eseguite da un certo programma. Con mille diverse sfumature semantiche, il termine log è oggi utilizzato frequentissimamente nell'ambito informatico.

E il blog? La parola indica un sito web come quello che state leggendo, caratterizzato solitamente da una unica pagina ad espansione verticale, nella quale vengono pubblicate in tempo reale notizie, informazioni, opinioni o storie di ogni genere, di solito visualizzate in ordine cronologico inverso (dall’articolo più recente al più vecchio). Il termine è una contrazione di web log, cioè "registro web": si tratta appunto di una registrazione cronologica, di una sorta di diario, gestito da una o da più persone.

Al posto del nostro amico marinaio del sedicesimo secolo abbiamo oggi un modernissimo blogger, e la blogosfera ha preso il posto dell'azzurro mare solcato dal galeone inglese.
Ma anche nel web si naviga: e il cerchio si chiude.

venerdì 27 settembre 2013

Parole informatiche: font

In quella parte di gergo informatico che è divenuta ormai familiare per molte persone anche non "addette ai lavori", una delle parole più frequenti è "font". Il termine, entrato prepotentemente da anni anche nel dizionario italiano, è di immediata provenienza inglese, ma vanta una lontana origine francese.
La parola "fonte", infatti, appartenente al francese medievale, e a sua volta deriva dal verbo latino "fundere", che vuol dire "fondere" ma anche "versare".

Com'è facile intuire, il riferimento è ai caratteri mobili, che, a partire dall’invenzione della stampa moderna ad opera di Johann Gutenberg, venivano ottenuti versando in uno stampo il metallo fuso (una lega di antimonio, piombo e stagno). Una volta prodotti, i caratteri venivano allineati in modo da comporre le righe del testo da stampare. Poi, utilizzando una pressa, si “tiravano” le copie di ogni pagina.
La perizia dei tipografi diede vita, nel corso dei secoli, a innumerevoli e bellissime serie complete di caratteri mobili, ciascuna caratterizzata da una propria "personalità" grafica. 
I creatori di questi set completi concepivano il "design" complessivo della serie e poi disegnavano i singoli caratteri, includendo solitamente lettere, numeri e punteggiatura, e a volte anche glifi speciali corrispondenti a simboli matematici, segni di valuta, note musicali, icone e disegni, e chissà cos'altro.  Solitamente, in ogni serie completa i tipografi includevano lo stesso carattere più volte, in diverse dimensioni e in diversi stili (normale, grassetto, corsivo, ecc.).
Ciascun set completo di questo tipo veniva chiamata, dai tipografi francesi, "police d’écriture", mentre una singola serie caratterizzata da un unico stile e da un'unica dimensione era detta "fonte".  Anche i colleghi italiani parlavano, corrispondentemente, di "polizze" e di "fonti".

In tempi più recenti, quando con l'avvento delle tecnologie informatiche si dovette applicare l'antico lessico tipografico al mondo digitale, non si tenne conto di questa sottile differenza tra polizze e fonti, e si cominciò a utilizzare disinvoltamente il termine "fonte" per indicare l'intera polizza di caratteri.
L'imporsi dell'inglese come lingua franca dell'informatica spiega la diffusione della parola "font", che, sovrastando la grafia alternativa "fount", si diffuse rapidamente per rappresentare il concetto di "polizza" (che in inglese, più correttamente, andrebbe tradotto come "typeface").
Si ritiene che l'ingresso del termine "font" nel vocabolario informatico italiano risalga al 1984, anno nel quale debuttò il glorioso Macintosh di Apple.
Interessante, poi, la questione del genere della parola "font": nel francese medievale "fonte" era femminile (e anche il vecchio termine italiano "fonte" lo era), ma l'inglese "font" è neutro. Di solito l'italiano recepisce come maschili i termini inglesi neutri, e così avvenne anche per "font".

giovedì 5 settembre 2013

Parole informatiche: navigare

La metafora marinaresca applicata all'esplorazione di internet ha una storia molto "antica".
Come scriveva Maurizio .mau. Codogno nel suo Gergo Telematico, l'uso del verbo "navigare" in ambito web è nato ancor prima della diffusione del web: probabilmente è da ricollegare al software HyperCard che la Apple lanciò negli anni Ottanta del secolo scorso e che rese popolare il concetto di "ipertesto" molti anni prima del boom della rete.
Il verbo "navigare" utilizzato nell'accezione di saltare da una pagina web all'altra mediante i link presenti nelle pagine stesse ha certamente il suo modello nell'inglese "to navigate".
In inglese c'è altro verbo molto usato con lo stesso significato, che è "to surf" (ad esempio, "to surf the net", "to surf the web", ecc.): in italiano si è plasmato un verbo corrispondente, "surfare", che però negli anni ha ridotto molto la sua diffusione.
Codogno intravede una sottile differenza tra i due verbi, legata alla "leggerezza" dell'esplorazione dei contenuti web: se stiamo gironzolando per la rete per svago, allora stiamo surfando, mentre stiamo navigando se la nostra ricerca è svolta per lavoro o comunque con intenzioni più serie.
Secondo il vocabolario Zingarelli, si parla di "navigazione" nella rete quando il visitatore  applica "una certa continuità e scorrevolezza", mentre il "surfare" evoca "l'idea di spizzicare qua e là nella rete, con un andamento meno fluido", un po' come avviene nello "zapping" televisivo.
Nel corso degli anni, ho la sensazione che anche il termine "navigare", nel senso di esplorare la rete, stia gradualmente diventando desueto: una possibile spiegazione risiede nel fatto che, nell'ambito delle tecnologie, il concetto di navigazione evoca ormai non tanto i web browser, quanto i dispositivi satellitari che ci aiutano a trovare la strada giusta per arrivare ovunque.
Insomma: siamo sempre un popolo di navigatori, questo è fuori discussione, ma i nostri velieri non sono più soltanto i nostri personal computer, ma soprattutto le nostre automobili. Vento in poppa a tutti!

venerdì 17 maggio 2013

Parole informatiche: robot

Ritorna (vorrei dire a grande richiesta, ma non è proprio così...) la rubrica delle parole informatiche. Ho pubblicato l'ultimo post nel giorno di Capodanno, e poi più nulla. D'ora in poi le parole torneranno, spero con maggiore continuità e con post in generale più brevi.
Questa volta parlerò di robot. E per introdurre l'argomento con un video, quale migliore scelta se non i Kraftwerk di "The robots"?


La parola robot, che in italiano viene pronunciata a volte con l'accento sulla prima "o", e a volte con l'accento sulla seconda "o", deriva dal termine cecoslovacco robota, che significa lavoro pesante o lavoro forzato, e che discende, a sua volta, dal vocabolo rabota, in uso nell'antico slavo ecclesiastico con il significato di servitù.  Più precisamente, per robota si intendeva la corvée, cioè una prestazione agricola che il vassallo forniva al signore feudale per un certo periodo, tipicamente di sei mesi.

La stessa radice compare in molte altre lingue slave: ad esempio lavoro si dice rabota in russo e in ucraino, e robota in polacco; in quest'ultima lingua lavoratore si dice robotnik e il verbo fare si traduce robić. Pare che questa radice etimologica sia imparentata con quella che in tedesco ha dato origine al termine Arbeit, che significa sempre lavoro e che compariva nella tristemente celebre scritta "Arbeit macht frei" ("Il lavoro rende liberi") sul cancello d'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz.
Anche il latino labor pare derivare dallo stesso ceppo indoeuropeo, attraverso una trasformazione della "r" in "l".

L'introduzione della parola robot, come è facile immaginare, è relativamente recente: fu lo scrittore ceco Karel Čapek a coniarla nel 1920, per la sua opera teatrale fantascientifica "I robot universali di Rossum".
Si può discutere sul fatto che i robot di Čapek erano in realtà "replicanti", cioè organismi biologici modificati attraverso procedimenti di ingegneria genetica, mentre in seguito al 1920 la parola passò a indicare soprattutto esseri meccanici artificiali (a questo proposito, chi fosse interessato a una tassonomia ragionata di androidi, cyborg, robot e replicanti può consultare l'affascinante "Dizionario degli esseri umani fantastici e artificiali" di Vincenzo Tagliasco).

In una sua memoria, lo stesso Karel Čapek ammette che il vero ideatore del termine robot non fu lui, ma suo fratello pittore Josef.  I due fratelli condividevano la pratica della letteratura oltre che l'interesse per il tema dei esseri artificiali, e tre anni prima lo stesso Josef aveva scritto un racconto in cui aveva utilizzato la parola automat (in italiano, automa).  Pare che Karel avesse originariamente ideato il termine labori, ma, non essendo soddisfatto del suono della parola, avesse accettato il consiglio del fratello a optare per il vocabolo robot.

La parola inventata dallo scrittore ceco divenne in breve tempo tra le più popolari, soprattutto nell'ambito della letteratura fantascientifica.  Non posso non citare, a tale proposito, i libri del celebre Ciclo dei Robot che Isaac Asimov scrisse a partire dagli anni Cinquanta, nei quali vide per la prima volta la luce il termine robotica (in inglese robotics).  In queste storie Asimov introdusse anche le famose tre leggi della robotica, alle quali i suoi robot positronici dovevano rigorosamente attenersi:
1) un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno;
2) un robot  deve obbedire agli ordini impartiti da un essere umano, purché tali ordini non contrastino con la Prima Legge;
3) un robot deve proteggere la propria esistenza, purché tale autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Da diversi decenni la robotica non è più un'esclusiva dei romanzi e dei film di fantascienza, ma è a tutti gli effetti una branca reale dell'ingegneria. I robot reali sono macchine automatizzate che, almeno in linea di principio, possono sostituire o imitare gli essere umani in particolari ambiti: e in questo senso, i robot sono certamente anche (ma non solo) legati all'informatica.
Tuttavia, esiste oggi un'altra accezione del termine robot (o dell'abbreviazione bot), strettamente legato alle tecnologie informatiche: ci si riferisce in questo caso a particolari programmi che accedono a internet, e in particolare al web, in maniera simile a come farebbe un utente umano, per assolvere a funzioni svariate in modo automatico.
Solitamente, i robot vengono impiegati per svolgere attività che richiedono tassi di ripetitività o velocità che non potrebbero essere raggiunti da un utente umano.
Ad esempio, ci sono robot che partecipano automaticamente a giochi online, ad aste online o a chatroom, che generano spam anche a scopo pubblicitario, che diffondono software maligni, e così via.
L'utilizzo più frequente è però il cosiddetto spidering, cioè l'analisi automatizzata delle informazioni prelevabili dai web server, allo scopo di indicizzare le pagine dei siti web per conto dei motori di ricerca.
I robot ai quali è assegnato questo compito hanno nomi pittoreschi, tra i quali spider (ragni), ants (formiche) o crawler (leccapiedi): lo so che non c'entra nulla, ma pensando a quest'ultimo nomignolo non riesco a trattenermi dal chiudere questo post con la bellissima "Carpet crawlers" dei Genesis.

 

martedì 1 gennaio 2013

Parole informatiche: memoria

Quando un anno muore e un altro muove i primi passi, è inevitabile fare dei bilanci e considerare se gli obiettivi che ci siamo prefissati dodici mesi prima sono stati raggiunti o meno.
Grazie a voi questo blog ha raggiunto livelli di popolarità che non avrei mai immaginato all'inizio dell'avventura: per questo non posso fare altro che ringraziarvi di cuore.
Guardare indietro nel tempo, ripercorrere il cammino compiuto e fare bilanci: questioni di memoria. E quale miglior parola se non memoria potevo scegliere per iniziare l'anno con un nuovo post di "parole informatiche"?
"Memoria" è una parola-mondo: multiforme, affascinante, dalle mille sfaccettature.
Fa venire in mente cose molto diverse: la scatola meravigliosa che abbiamo in testa (e che ci permette, autoreferenzialmente, di pensarla), la giornata del 27 gennaio, le memorie dei computer, e, perché no, la voce di Barbra Streisand nel celebre brano di Andrew Lloyd Webber:


In ambito informatico, la memoria è quella parte del computer che serve a immagazzinare dati e programmi.
La capacità della memoria rappresenta, assieme alla velocità del processore, uno dei fattori fondamentali che consentono al computer di eseguire calcoli in modo più efficiente di quanto possa fare un operatore umano, generalmente più lento e in grado di conservare in testa una quantità di informazioni molto minore.

Ho detto, poco fa, che la memoria conserva sia i dati su cui la computazione opera, sia le istruzioni che indicano quali operazioni devono essere eseguite. Detto così, sembra una banalità, eppure la coesistenza di queste due tipologie di informazioni nello stesso spazio rappresenta il principio chiave dell'architettura di Von Neumann, genialmente concepita negli anni Quaranta del secolo scorso e tuttora fondamento irrinunciabile di quasi tutti i computer.

Già, la memoria. Bè, si fa presto a dire questa parola, ma in realtà c'è memoria e memoria. La principale differenza è quella che riguarda le prestazioni (e quindi i costi), e che permette di distinguere tra memorie cosiddette "centrali" o "primarie" e memorie cosiddette "di massa" o "secondarie".
Le prime sono memorie più pregiate: più veloci, più costose, solitamente collegate al processore in modo molto diretto, attraverso il cosiddetto bus di sistema: la memoria RAM è la porzione più rilevante della memoria centrale. Le memorie secondarie consentono di conservare informazioni in modo persistente, cioè anche dopo che il computer viene spento: tra esse rientrano i dischi ottici (CD, DVD, ecc.), oltre che i dischi e i nastri magnetici, le memorie flash, e così via.

Con questa minima pillola informatica, inizia il nuovo anno di Mr. Palomar: l'auspicio è che il nuovo anno sia brillante e sereno, e che tutte le memorie (soprattutto quelle umane) funzionino meglio di quanto non sia accaduto in passato.

sabato 1 dicembre 2012

Parole informatiche: euristico

Tranquillizzo subito i filosofi, gli psicologi e gli studiosi di comunicazione: non intendo considerare il termine "euristico" come un'esclusiva dell'informatica, perché in effetti non lo è.
La parola deriva dal verbo greco εὑρίσκω, che significa "trovare", "scoprire".
Chi non conosce l'aneddoto secondo il quale il grande matematico Archimede si accorse, mentre faceva il bagno, che il volume di un corpo di forma irregolare poteva essere calcolato misurando il volume dell'acqua spostata dal corpo stesso una volta immerso, e per la soddisfazione gridò a squarciagola "eureka!" (in greco εὕρηκα)?
Ebbene, quella strana parola, che ha anche dato il nome ad un asteroide, a due film,  ad un poema di Edgar Allan Poe, ad una serie americana di fantascienza, e addirittura a undici città degli Stati Uniti, altro non è che il perfetto indicativo del sopra citato verbo εὑρίσκω, e significa quindi "ho trovato".

Il termine "euristico", quindi, ha a che fare con il "trovare" e con lo "scoprire".
Si parla infatti di metodo euristico, non solo in informatica, ma anche nell'ambito della filosofia e della psicologia, per indicare un approccio alla soluzione di un problema che non procede secondo un percorso predefinito, "a colpo sicuro", ma che si basa su procedimenti più creativi, innovativi, che di volta in volta si adattano alle circostanze e sono in grado di generare nuova conoscenza.

Su un terreno più specificamente informatico, l'approccio euristico si rivela utile quando il problema da risolvere non può essere affrontato con un metodo di "forza bruta", cioè quando l'esplorazione esaustiva di tutte le possibili soluzioni sarebbe impraticabile dal punto di vista dei tempi di esecuzione.
In questi casi noi informatici ricorriamo ad algoritmi euristici (come ad esempio quello descritto in un mio vecchio post), che, basandosi su una ricerca "intelligente" nello spazio delle soluzioni, riducono enormemente il tempo di calcolo. Siccome, come si sa, a questo mondo nulla è gratis, anche questo vantaggio in qualche modo lo dobbiamo pagare. In che modo? Rinunciando alla pretesa di arrivare necessariamente alla soluzione ottima, cioè la migliore di tutte in assoluto.
I metodi euristici hanno questa caratteristica fondamentale: non è detto che trovino sempre la soluzione migliore (come farebbe un algoritmo esatto, ma magari a costo di impiegarci miliardi di anni per trovarla).

giovedì 1 novembre 2012

Parole informatiche: bit (e dintorni)

I termini che, nel linguaggio tecnico informatico, indicano le unità più piccole in cui può essere espressa l'informazione nascondono alcune divertenti curiosità etimologiche.
L'unità più piccola dell'informazione viene indicata con il termine "bit", che può essere considerato una contrazione dell'espressione "binary unit" ("unità binaria") quanto dell'espressione "binary digit" ("cifra binaria").
Questa duplice possibilità di lettura si collega al doppio significato di questa parola informatica.
Un bit è, infatti, prima di tutto, la quantità di informazione necessaria e sufficiente per distinguere tra due eventi possibili che hanno la stessa probabilità di verificarsi: ad esempio, l'esito del lancio di una moneta, che può essere "testa" oppure "croce", oppure lo stato di una lampadina, che può essere accesa o spenta, e così via.  Parlare di questa accezione del termine "bit" vuol dire parlare di teoria di informazione.
Se abbandoniamo questo complicato ambito ingegneristico e passiamo ad occuparci di semplici numeri, potremmo decidere di esprimerli secondo il sistema binario: allora utilizzeremo ancora il termine "bit" per indicare ciascuna delle cifre utilizzate per scrivere i numeri. Perché? Semplicemente perché ogni cifra può essere uno zero o un uno, per cui ritroviamo anche in questo caso il concetto di alternativa tra due possibili eventi (in questo caso valori) di uguale probabilità.
Ma il termine "bit" non è soltanto una contrazione di "binary unit" e "binary digit", visto che in lingua inglese "a bit" significa "un pezzettino", "un poco", come testimonia questa famosa canzone dei Supertramp.


Quale più azzeccato gioco di parola poteva essere scelto per indicare l'unità elementare dell'informazione?
Il primo a utilizzare il termine "bit" con significato informatico fu, nel 1948, il padre della teoria dell'informazione, Claude Shannon, il quale ne attribuì la creazione allo scienziato John Tukey, che pare abbia anche ideato il termine "software". Si racconta che durante un pranzo tra scienziati nell'inverno tra il 1943 e il 1944 vennero proposti vocaboli come "bigit" e "binit", ma alla fine Tukey ebbe l'idea fulminante: "Perché non lo chiamiamo semplicemente bit?".

Ogni informatico sa che una combinazione più bit, ad esempio utilizzabile per codificare un carattere di testo, costituisce un byte.
Ma da dove viene quest'altra parola? Bè, se "bit" significa "pezzettino", da un pezzettino a un boccone il passo e breve, e, guarda caso, in inglese "boccone" si traduce "bite". La stretta somiglianza tra i due termini "bit" e "bite", poi, rappresentò un motivo in più per scegliere questa parola per indicare una combinazione di otto bit.
Dato che tipicamente un byte contiene otto bit, un termine che possiamo considerare più o meno sinonimo di "byte" è "octet" (in italiano "ottetto"): non ci sorprende il fatto che in Francia il termine "byte" sia pressoché inutilizzato, e i colleghi informatici d'oltralpe preferiscano parlare di "octets".
La parola "byte" fu coniata nel 1956 dall'informatico Werner Buchholz, durante la progettazione di Stretch, il primo computer a transistor prodotto dalla IBM.

Se un boccone corrisponde a otto bit, come possiamo chiamare una combinazione di quattro bit? Ovvio: bocconcino. Se la parola "bite" ("boccone") fu volutamente storpiata in "byte", analogamente il termine "nibble" ("bocconcino") venne deformata in "nybble".
Il primo utilizzo della parola "nybble" risale al 1977, da parte di un gruppo di ricerca attivo in Citibank per formulare un protocollo standard di comunicazione.
Un "nybble" (o "nibble", dato che è molto comune anche la dizione con la "i" normale) rappresenta la metà di un byte, ed è spesso utilizzato per codificare una cifra esadecimale oppure una cifra in codice BCD (Binary-Coded Decimal).

Raccogliendo da internet altri vocaboli indicanti combinazioni di bit di varia lunghezza, ho provato a stilare la seguente curiosa tabellina (ho escluso però i termini che indicano combinazioni di bit la cui lunghezza dipende dallo specifico computer sul quale vengono utilizzate).


1 bit
sniff
2 bit
crumb, quad, quarter, tayste, tydbit, morsel, semi-nybble
4 bit
nybble
5 bit
nickle, nickel
10 bit
deckle, dyme
16 bit
playte, plate
32 bit
dynner, dinner, quadlet

lunedì 1 ottobre 2012

Parole informatiche: libreria

Per uno strano caso (o forse non esistono le coincidenze?), ho pubblicato i primi due post di questa minimale rubrica informatico-terminologica rispettivamente nei primi giorni dei mesi di agosto e settembre. Ho pensato allora che certe cose prendono spontaneamente il loro giusto ritmo, e sarebbe stato bene non infrangere questa regolarità: ecco quindi la terza puntata inaugurare il nascente mese di ottobre.
La parola informatica del mese è "libreria".
Ho sempre amato i libri, e di conseguenza anche i due luoghi principi abitati dai libri: le biblioteche e le librerie. So bene la differenza tra questi due luoghi, ma, avendo addirittura sposato una bibliotecaria, so altrettanto bene che molte persone non hanno ben presente questa differenza.
E questo fatto è vero al punto tale che quando qualche informatico decise di tradurre in italiano il termine tecnico library, che indica un insieme di risorse non volatili (ad esempio codice, subroutines, classi, dati di configurazione, documentazione, ecc.) che possono essere utilizzate da un programma informatico, invece di tradurlo correttamente come biblioteca, lo tradussero, tratti in inganno dall'assonanza di parole, come libreria.
E' curioso notare come nella stragrande maggioranza delle altre lingue la traduzione sia stata fatta correttamente: gli informatici spagnoli parlano di biblioteca, quelli francesi di bibliothèque logicielle, quelli tedeschi di Programmbibliothek, e così via.
Scarsa propensione degli informatici italiani per le lingue e per le traduzioni? Forse.
Resta il fatto che sarebbe stato bello, per noi informatici, avere a che fare con delle "biblioteche" anche nel nostro lavoro. D'altra parte non è un caso che questi insiemi di risorse siano stati chiamati libraries e non bookstores: la loro utilità risiede nel fatto che essi forniscono una collezione di funzioni o strutture dati di uso comune, evitando allo sviluppatore l'ingrato compito di riscrivere ogni volta da zero le stesse procedure.
Un po' come le biblioteche di libri, che forniscono un servizio pubblico mettendo a disposizione di tutti gli stessi volumi, che quindi vengono di volta in volta utilizzati da diverse persone.

sabato 1 settembre 2012

Parole informatiche: implementare

Chi, come il sottoscritto, ha fatto studi informatici e lavora ogni giorno in questo campo trova naturale pensare al termine "implementare" come a un sinonimo di "applicare", "realizzare", "attuare", "mettere in pratica", naturalmente utilizzato in un contesto informatico.
Hanno quindi un senso e sono corrette frasi del tipo "ho implementato in Java l'algoritmo di Dijkstra", oppure "in un linguaggio di programmazione orientato agli oggetti, una certa classe implementa una certa interfaccia", o ancora "la nostra applicazione implementa le funzionalità richieste dal cliente".
La parola "implementare", di origine inglese, si è adattata molto bene alla nostra lingua, molto più di altri anglismi la cui italianizzazione suona come innaturale e forzata: credo che il segreto del suo successo derivi dal fatto che il verbo inglese to implement deriva dal sostantivo implement (attrezzo, utensile), che a sua volta discende dal verbo latino implěo (realizzare, compiere).
La radice latina ha probabilmente reso più familiare e digeribile questa parola, che infatti si sente ormai sulla bocca di tutti, non soltanto nell'ambito informatico o elettronico, ma anche nel linguaggio giuridico e politico ("implementare un accordo, un contratto").
Purtroppo, però, mi capita sempre più spesso di sentire adoperare il termine "implementare" in un'accezione errata, e cioè nel senso di "aggiungere nuove funzionalità", "aumentare", "incrementare", e così via.
Ho pensato che questo equivoco possa derivare dalla vaga somiglianza tra "implementare" e "amplificare", o forse dall'assonanza con la parola "riempire". Chissà.
In ogni caso questo utilizzo del verbo è improprio, e alle orecchie delicate di un informatico può a volte suonare davvero sgradevole...

mercoledì 1 agosto 2012

Parole informatiche: algoritmo

Molte persone che non hanno dimestichezza con le discipline matematiche e informatiche confondono spesso e volentieri i due termini "algoritmo" e "logaritmo". Ad un matematico o ad un informatico questa confusione fa sorridere, trattandosi di due concetti completamente diversi.
La cosa curiosa, tuttavia, è che queste due parole, pur nella loro somiglianza assoluta (sono addirittura l'una anagramma dell'altra!) hanno etimologie tra di loro lontanissime.
Mentre il termine matematico "logaritmo" è stato coniato in età moderna sulla base delle due parole greche lògos (ragione, rapporto) e arithmòs (numero), la parola "algoritmo" ha origine araba, ed è legata al nome del grande matematico Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi, vissuto in Persia tra l'VIII e il IX secolo dopo Cristo.
Che questo matematico sia considerato da alcuni storici l'ideatore dei logaritmi (otto secoli prima di Nepero, l'autore ufficialmente riconosciuto) assomiglia ad un'ironica coincidenza: ma ciò che ci interessa in questo post è che da una deformazione del nome arabo di al-Khwarizmi sia derivato il termine principe dell'informatica moderna: algoritmo.
La sua opera intitolata "(Libro di) al-Khwarizmi sui numeri indiani" fu infatti impropriamente tradotta in latino come "Algoritmi de numero indorum", da cui il termine "algoritmo" (o "algorismo") utilizzato per indicare un procedimento matematico per risolvere un certo problema. 
Al-Khwarizmi fu un insigne astronomo e geografo, ma fu nel campo matematico che consegnò alla storia i contributi più rilevanti: tradusse molte opere di matematici greci, persiani, babilonesi e indiani, ed è ricordato per i suoi importanti studi sulle equazioni di secondo grado, oltre che per avere importato in Occidente il sistema di numerazione posizionale concepito dagli Arabi.
Quello stesso "(Libro di) al-Khwarizmi sui numeri indiani" in arabo suona come: "al-Kitāb al-mukhtaṣar fī ḥisāb al-ǧabr wa-al-muqābala", e con quella parola al-ǧabr al-Khwarizmi indicava una delle due operazioni utilizzabili per risolvere le equazione di secondo grado. Da quel termine al-ǧabr derivò un'altra parola importante: algebra.
E' davvero curioso notare come dal titolo di uno stesso libro abbiano tratto origine due vocaboli così fondamentali: il primo che occupa il centro esatto di tutto il sapere informatico moderno, e il secondo non meno decisivo nell'ambito delle discipline matematiche.

L'ultimo post di Mr. Palomar, anzi no

Sono trascorsi quasi 14 anni da quel Capodanno del 2011, quando Mr. Palomar  vide la luce. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti, c...