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domenica 17 gennaio 2021

Matematica e divulgazione: intervista live ai Rudi Mathematici

Tornano le interviste live sul mio canale YouTube "Paolo Alessandrini - Matematica"!
Dopo la serata con Sandra Lucente, che è piaciuta molto a chi l'ha vista (colgo l'occasione per ringraziare ancora Sandra per la sua brillante e suggestiva esposizione) e che potete rivedere quando volete sul canale, si prosegue con un appuntamento che si preannuncia già come imperdibile.
Giovedì 21 gennaio alle ore 21 arrivano infatti gli impareggiabili maestri della divulgazione matematica italiana: i Rudi Mathematici, ovvero Rudy d'Alembert, Alice Riddle e Piotr Rezierovic Silverbrahms!

Per me sarà un grande onore e un grande divertimento poter chiacchierare per un'oretta con il trio che da più di vent'anni ci affascina con l'inossidabile e-zine ricca di curiosità e sfide matematiche, dal 2008 cura una rubrica su Le Scienze occupando nell'edizione italiana (meritatamente) il posto che fu di Martin Gardner, Douglas Hofstadter e così via, che cura un blog sul sito di Repubblica, che ha scritto libri belli come "Storie che contano", e che fa e ha fatto molte altre cose ancora.
E poi, dico, avere tutti e tre i Rudi non è cosa da poco: quindi non azzardatevi a perdere questa occasione (be', ovviamente il video resterà disponibile anche dopo la diretta).

🎤 Segnatevelo sull'agenda: il 21 gennaio dell'anno 21 alle ore 21 😆

In questa intervista i Rudi ci racconteranno molto di loro: come sono nati, qual è il segreto del loro successo e come vedono in generale il panorama della divulgazione oggi.
Come sempre, chiunque potrà intervenire con commenti e domande. 

Suggerimento: per non rischiare di dimenticare l'appuntamento, iscrivetevi subito al canale, attivando anche le notifiche!
A presto!

sabato 29 febbraio 2020

"Matematica rock!", la conferenza-spettacolo

Certo, in questi strani giorni, per dirla con Battiato, giorni di scuole chiuse, di eventi annullati e di incertezza per il futuro, sembra quasi sfrontato parlare di conferenze-spettacolo.
Eppure, proprio il pensiero rassicurante di Saramago con il quale ho chiuso il doppio post sulla matematica delle epidemie (prima e seconda parte) ci incoraggia a ricercare una luce in fondo al tunnel.
A qualcuno, quindi, potrà interessare che, ispirato dal mio libro "Matematica rock. Storie di musica e numeri dai Beatles ai Led Zeppelin", uscito lo scorso luglio per Hoepli, ho ideato nei mesi scorsi una conferenza-spettacolo, intitolata semplicemente "Matematica rock!".

La conferenza alterna in modo avvincente monologhi, narrazioni di storie musicali, esposizioni matematiche, letture di brani del libro, fasi di interazione con il pubblico (tutto questo fatto da me) e momenti musicali, grazie agli interventi dal vivo di Stefano Zamuner alla chitarra e Giorgia Pramparo alla voce.
Più precisamente, si può scegliere la versione con entrambi i musicisti, o quella con la sola chitarra, o anche quella con il solo relatore, ovvero il sottoscritto.

Questo insolito show scientifico-musicale è stato già proposto in diverse importanti occasioni, prima fra tutte il prestigioso Festival della Scienza di Genova (2 novembre 2019). Inoltre, "Matematica rock!" è andata in scena, sempre con successo di critica e di pubblico, al Festival della Statistica e della Demografia di Treviso (22 settembre 2019), al Convegno PRISTEM di Bologna (6 ottobre 2019), alla rassegna “Dolomiti in Scienza” di Belluno (15 febbraio 2020).
Prossimamente sarà proposta alla rassegna “La Via delle Scienze” di Valdagno (20 marzo 2020) e in altri contesti.

Se vi interessa portare "Matematica rock!" anche nella vostra città, nella vostra rassegna o nel vostro Festival, contattatemi per informazioni più dettagliate.

Ogni volta la conferenza si rinnova, cambia qualche passaggio, aggiunge qualcosa di diverso: insomma non è mai uguale a se stessa. Ecco, per esempio, il video dello spettacolo proposto al Festival della Statistica e della Demografia di Treviso.

 

Nei circa 70 minuti di conferenza-spettacolo, gli spettatori scopriranno il mistero dell'accordo iniziale di “A Hard Day's Night” dei Beatles, le vertigini autoreferenziali di “I Feel Fine” e del video di “Bohemian Rhapsody” dei Queen, il calcolo combinatorio della copertina di “Help!”, la geometria dei simboli del quarto album dei Led Zeppelin e i numeri primi che resero trascinante il ritmo di “We Will Rock You”, passando anche per i Pink Floyd e i Coldplay.

La conferenza spettacolo può assumere anche una valenza didattica molto rilevante, perché permette di esplorare alcuni aspetti della matematica attraverso una prospettiva spettacolare e inconsueta. “Matematica rock!” rappresenta un’opportunità preziosa per conoscere una matematica “nuova”: non più come una collezione di regole inflessibili e di calcoli astrusi, ma come un’avvincente avventura della mente in cui la libertà e la creatività rivestono un ruolo essenziale.
Insomma, come dico sempre: la matematica... è decisamente rock!

mercoledì 30 gennaio 2019

La bellezza della matematica al Dolomiti in Scienza

Una formula matematica può essere bella?
In post come questo ho cercato di mostrare che sì, alcune formule, alcuni teoremi, alcuni celebri risultati della matematica possono essere considerati belli, soprattutto perché al tempo stesso semplici e sorprendenti.
L'identità di Eulero, e= -1, è un po' la Juventus della bellezza matematica: la troviamo quasi sempre al primo posto di questo particolare genere di classifiche.

Non è facile dare una definizione di bellezza in matematica. Un secolo fa ci provò il celebre matematico Godfrey H. Hardy, e propose che una formula è bella se è:
1) imprevedibile, ovvero sorprendente (si potrebbe dire quasi "magica");
2) inevitabile, ovvero "questo teorema è bello perché non poteva che essere così";
3) economica, ovvero semplice ed essenziale.

Sabato 9 febbraio parlerò dell'identità di Eulero e di bellezza matematica a Belluno, nell'ambito della rassegna "Dolomiti in Scienza" organizzata dal Gruppo Divulgazione Scientifica Dolomiti.
L'evento si svolgerà nella sala teatro del Centro Giovanni XXIII in piazza Piloni, con inizio alle ore 17.
Se vorrete intervenire (l'ingresso è gratuito, ovviamente), vi racconterò, tra le altre cose, chi era quel supereroe della matematica che risponde al nome di Leonhard Euler (per noi italiani più noto come Eulero) e quali sono gli ingredienti matematici che si trovano mescolati in quel delizioso cocktail noto come identità di Eulero.
Vi aspetto numerosi!

martedì 8 luglio 2014

Intervista a Silvia Bencivelli

Non c’è due senza tre. Dopo le interviste ai Rudi Mathematici e a Paola Zuccolotto, ho pensato di porre qualche domanda a una delle più note e premiate giornaliste scientifiche italiane, Silvia Bencivelli.
Per quei pochi che non la conoscono ancora, Silvia si è laureata in medicina e chirurgia all’Università di Pisa e ha frequentato il Master in comunicazione della scienza alla Sissa di Trieste. Dal 2004 scrive di scienza per importanti giornali e riviste (tra cui “la Repubblica”, “Le Scienze”, “La Stampa”, “Wired.it”, “il manifesto”). A lungo ha lavorato nella redazione di Radio3 Scienza, conducendo spesso la trasmissione (come quella volta che ha voluto abbassare il livello del programma intervistando l'autore di questo blog). Ha collaborato con Rai3, con varie case editrici e agenzie di comunicazione. Insegna giornalismo scientifico multimediale in diversi Master. Ha girato vari cortometraggi e il pluripremiato documentario “Segna con me”, e ha scritto diversi ottimi libri, tra i quali “Perché ci piace la musica” (Sironi, 2007), “Cosa intendi per domenica” (LiberAria, 2013), “Comunicare la scienza” (Carocci, 2013).
A Silvia Bencivelli ho voluto porre alcune domande sul tema del giornalismo scientifico in Italia, sui canali attraverso i quali i giornalisti possono parlare di scienza e sul triste tema della scarsa considerazione che questo mestiere riceve in Italia e anche all’estero.
Ringrazio di cuore Silvia per la disponibilità e per il tempo che ha accettato di dedicarmi.

Silvia, che cosa fa un giornalista scientifico?
Un giornalista scientifico può essere tante cose diverse. In prima battuta è un giornalista con una specializzazione scientifica, dopo di che ognuno di noi interpreta questo mestiere a modo suo.
In Italia il lavoro di giornalista scientifico non è molto riconosciuto. E’ vero che questo comporta che articoli scientifici vengano spesso scritti da giornalisti non specializzati. In compenso, però, abbiamo una maggiore libertà di interpretare il nostro mestiere.
Siamo, per così dire, una sottospecie di giornalista culturale. Maneggiamo cultura, perché la scienza è una delle forme di cultura del nostro mondo, alla base di molti sistemi di conoscenza. La maneggiamo nel senso che raccontiamo notizie riferendoci ai contesti. Per noi sono fondamentali la cultura sedimentata, la lettura, l’incontro con l’altro, il dialogo. Altrimenti diventeremmo “newsaroli”, cioè gente che trascrive news e basta.
Da questa considerazione nasce una differenza fondamentale: appartenendo a una strana sottospecie di giornalista culturale, io mi sento simile a un critico musicale. Come un buon critico musicale dovrebbe conoscere bene la musica e studiarla di continuo, e dovrebbe anche frequentare i musicisti, così un giornalista scientifico dovrebbe avere conoscenze scientifiche e contatti con gli scienziati. Non tutti i miei colleghi, però, la pensano così: alcuni interpretano il loro ruolo un po’ come quello di un giornalista politico: secondo loro sì, un po’ di cultura scientifica va bene, ma non più di questo, e la contiguità con gli scienziati non conta poi molto.
Insomma, che cosa sia veramente un giornalista scientifico è una domanda irrisolta, e si discute ancora molto su questo tema.

Che differenza c’è tra un giornalista scientifico e un comunicatore della scienza?
Il giornalista scientifico è innanzitutto un giornalista. Quindi cerca le notizie, le verifica e le scrive. Indipendentemente dal genere di notizia, ci sono delle regole universali ben note a chi fa questo mestiere: si attacca in un certo modo, si segue la regola delle cinque W, si verificano le informazioni sentendo due o tre fonti, e così via. Il comunicatore della scienza, invece, è qualcuno che parla al pubblico per conto di una istituzione scientifica, di un editore, di un Comune o anche per conto proprio.
Io mi sento più giornalista scientifica, ma in realtà faccio anche molta comunicazione della scienza in senso lato, e mi diverto moltissimo anche in questo.
In Italia si discute ancora molto di queste differenze, anche perché nel nostro Paese non c’è una grande tradizione in questo ambito. Se fossimo in Inghilterra, non mi avresti posto queste domande, perché sarebbe stato chiaro fin da subito chi è e che cosa fa un giornalista scientifico (fermo restando che un freelance si può interpretare in più modi, anche nel mondo anglosassone). Da noi le definizioni sono più vaghe: qualcuno di noi si presenta come science writer (come nella nostra associazione di giornalisti scientifici italiani SWIM, “Science Writers in Italy”). In ogni caso questa vaghezza dà a ognuno l’opportunità di trovare la propria personale definizione.

Quali capacità deve avere un giornalista scientifico?
Ho l’impressione che per molti neolaureati in materie scientifiche il giornalista scientifico venga percepito come una figura dai tratti mitologici. Mi scrivono giovani molto entusiasti e gentili dicendo cose del tipo: “Mi piace molto la scienza, ma soprattutto mi piace scrivere, quindi ho pensato di fare il giornalista scientifico”. No, se ti piace scrivere non fare il giornalista! Il comunicatore forse sì, ma questo nessuno ti impedisce di farlo se stai magari facendo il tuo dottorato. Ho molti amici e colleghi che in qualche modo continuano a occuparsi di ricerca, nel contempo fanno anche i comunicatori. Invece il mio è un vero e proprio mestiere: se uno sceglie di farlo, deve studiare per farlo, e poi lo fa, esattamente come quando si sceglie di fare un qualsiasi lavoro che comporta studio e impegno, come l'infermiere o il maestro o l'architetto.
Per fare il il giornalista scientifico bisogna essere soprattutto molto versatili. Il che non significa adattarsi a essere pagati poco, ma vendersi bene in ambiti anche distanti da quelli che si immaginano all’inizio. Non avrebbe senso, ad esempio, cominciare a lavorare dicendo di voler fare il giornalista della carta stampata. Se uno inizia con questi presupposti, be’, auguri!
Ecco perché dico che non basta saper scrivere per fare il giornalista. A me piace moltissimo scrivere, e anche quando scrivo un articolo semplice ci metto tutta la mia passione per la scrittura. Però questo gusto non ce l’hanno tutti, e soprattutto non è la dote principale che si richiede a un giornalista scientifico.
Noi dobbiamo cercare le notizie, saperle fiutare, saperle verificare, creare il contesto. Ci si trova a fare cose diversissime che non avresti mai pensato di fare, e scopri anche che sono spesso cose molto divertenti. Occorre essere molto umili all’inizio. Di solito i presuntuosi vengono “segati” in fretta.

Consiglieresti il tuo mestiere a un giovane laureato?
Dipende molto dal giovane. Prima di tutto è ovviamente un mestiere che non tutti sarebbero in grado di fare, ma ciò vale per tutti i mestieri, e poi non è questo il punto. La questione centrale è che in questo periodo non c’è mercato. In tanti mi scrivono per chiedere consigli su questo mestiere. Quando ragazzi molto appassionati, ad esempio i miei studenti del Master, mi chiedono suggerimenti (e nota che si tratta spesso di ragazzi molto bravi, che in mondo normale avrebbero già cominciato a farsi strada), dico sempre che negli ultimi due o tre anni, o anche di più, il mercato si è contratto moltissimo. Una persona come me, che dieci anni fa faceva tre cose, oggi per campare ne deve fare dieci: anche perché sono più grande, ho qualche esigenza in più e forse anche qualche paura in più per il futuro.
Dieci anni fa, quando ho cominciato a lavorare, in edicola c’erano molte più riviste di scienza di oggi. A parte Le Scienze, che è forse l’unico caso di rivista scientifica italiana che mantiene pressoché costante il numero delle copie vendute, tutte le altre testate hanno perso tantissimo, e in molti casi hanno dovuto chiudere. Dieci anni fa acquistavamo quasi tutti un quotidiano al giorno, mentre oggi i miei coetanei lo prendono due volte alla settimana nei casi migliori, mentre i ragazzi più giovani hanno smesso, o forse non hanno mai cominciato.
E questo vale anche per i periodici. Perché? Perché anche le catapulte a un certo punto sono diventate obsolete. Ogni tecnologia viene prima o poi superata da tecnologie più avanzate, e oggi, piaccia o no, la carta sta passando. E questo accade senza che nessuno in questi ultimi dieci anni abbia messo a punto un modello sensato di marketing dell’informazione, che garantisca la qualità dell’informazione stessa e la sopravvivenza di chi la fa.
Certo, in questa contrazione delle vendite delle testate scientifiche c’entra molto il web. C’è stato un grande entusiasmo intorno al web, anche giustificato, ma forse non si è studiato abbastanza il fenomeno per capire cosa sarebbe accaduto ai giornali con la diffusione di internet. I giornali hanno cominciato a proporre prodotti alternativi sulla rete, finendo col farsi quasi concorrenza da soli: una differenziazione dei prodotti, questa, alla quale non ha corrisposto un allargamento del mercato.
Pensa che certi quotidiani nazionali arrivano a pagare una news online anche soltanto 30 euro lordi. Capisci bene come lavorare un intero pomeriggio per 30 euri lordi non solo faccia passare la voglia di lavorare, ma faccia subentrare la sensazione di essere complice del fenomeno generale di svalutazione del mestiere di giornalista scientifico.
Accettare di essere pagati così poco rappresenta un’offesa nei confronti dei colleghi, ma anche nei confronti del lettore, che crede di aver letto una news frutto di lunghe ricerche e di studi seri e accurati, quando invece, dati i pochi soldi con cui è stata pagata, è stata in realtà scritta in mezz’ora, magari utilizzando i comunicati stampa come unica fonte.

Stai dicendo che la scarsa considerazione del mestiere dei giornalisti scientifici si riflette alla fine in un abbassamento della qualità del loro lavoro?
Certamente, purtroppo è un fenomeno che avviene già.
In rete si vedono ormai spesso pezzi molto preoccupanti, scritti da persone molto giovani, tipicamente intorno ai 25 anni, che hanno scavalcato professionisti più vecchi di 10-15 anni: bada bene che sto parlando di quarantenni, non di pensionati che cumulano la pensione con i compensi delle loro collaborazioni.
Il quarantenne avrebbe scritto la news per 80 euro, mentre il venticinquenne accetta di scriverla per 15 euro. Con quali conseguenze? Il venticinquenne si illude di aver fatto una scelta giusta, che gli consentirà di fare esperienza e di crescere. In realtà non sa, o finge di non sapere, che da quei 15 euro non passerà mai a 80 euro, e la sua scelta contribuisce alla fine ad abbassare l’asticella anche per tutti gli altri. Da quel momento quel tipo di lavoro varrà 15 euro, o al massimo 20 o 30, per tutti, e non risalirà mai più a 80.

Secondo te la situazione è destinata a peggiorare in futuro, o vedi segni di miglioramento?
Io non riesco mai a essere troppo pessimista, ed è forse ciò che mi salva. Di certo serve un colpo di reni. La situazione non cambia se non si fa qualcosa, a partire da noi che siamo un po’ più “grandicelli”, ma coinvolgendo, con tutto l’affetto e la comprensione, anche le giovani generazioni che si stanno affacciando ora sul mercato.
Ogni tanto ho anch’io il sospetto che questo colpo di reni potrebbe non essere efficace nel contesto di un mercato che non ha più soldi. Consultando i bilanci di case editrici di giornali e libri, anche dal nome glorioso, si vede che stanno davvero perdendo quota. E non parliamo delle televisioni.
Il mondo attuale è molto più complesso di quello di dieci anni fa. Serve versatilità e soprattutto orgoglio: occorre rendersi conto dell’altissima responsabilità sociale del mestiere di giornalista scientifico, e soltanto in questo modo di può pensare di difendere noi stessi, il mercato e il pubblico. Orgoglio non significa credere di fare chissà cosa, o essere velleitari: significa pensare che scriviamo non perché ci piace scrivere, ma perché il nostro mestiere ci pone all’interno di un importante dialogo pubblico, e dobbiamo assolvere il nostro compito con con responsabilità e buon senso.
Non è il gusto personale che fa del nostro mestiere un bellissimo mestiere: è la responsabilità sociale, come quella che hanno un chirurgo, un insegnante, un autista di autobus. Sei importante per il mondo, fai girare un grande ingranaggio della società.
Detto questo, non so cosa ci riserverà il futuro. A proposito di svalutazione della nostra professione, io vedo un altro pericolo: la diffusione incontrollata di “panzane” scientifiche, che il lettore un po’ meno preparato fatica a distinguere dalle notizie vere, quelle scritte da giornalisti che sanno fare il proprio mestiere. Secondo me ci vorrà impegno da parte delle istituzioni scientifiche e delle autorità statali per investire sulla comunicazione diretta al pubblico. Lo dico contro il mio interesse perché in fin dei conti io sono un intermediario. Ma se gli intermediari vanno scomparendo, si devono rafforzare i meccanismi di interazione diretta. Io non vorrei scomparire: ma se in qualche modo mi trasformerò, farò dell’altro, o emigrerò, servirà una qualche forma di rimpiazzo.
A proposito di emigrazione, oggi a chi mi chiede consigli sulla mia professione dico una cosa che anni fa non dicevo: attrezzarsi a guardare fuori dall’Italia, come in tutti gli altri settori.
Molti mi mandano messaggi di questo tenore: “Sto prendendo un dottorato in biologia, ma siccome non ci sono prospettive nel campo della ricerca, e mi piace scrivere, vorrei fare il giornalista scientifico”. Io rispondo sostenendo che offre molta più sicurezza economica una borsa post-doc da tre anni che fare il giornalista scientifico.
Senza contare che quelli come me una frase di quel tipo la prendono molto male, perché il nostro mestiere non è una strada di ripiego.

Silvia, so che hai lavorato anche all’estero: anche fuori dall’Italia il giornalista scientifico è un mestiere sottovalutato?
Con grande sollievo ti dico di sì: anche all’estero il nostro lavoro è spesso svalutato. E’ vero che nei paesi di tradizione anglosassone la figura del giornalista scientifico è in generale più rispettata: però sto aspettando da una vita pagamenti anche dall’estero, ho fatto dei servizi per radio estere senza compenso (sperando che il successivo sarebbe stato pagato, ma così non è stato).
Forse in Italia, rispetto ad altri paesi europei, c’è una tendenza un po’ più cialtrona, il che accade anche in molti altri settori. Inoltre il nostro è un mestiere in cui, per così dire, ognuno si autocertifica, e spesso succede che giornalisti poco visibili carichino il proprio curriculum fino a descriversi come geni del giornalismo scientifico internazionale. All’estero questa tecnica avrebbe meno successo. Spesso è una cialtronaggine bipartisan, cioè persone non particolarmente brillanti si trovano spesso a fare lavori di un certo rilievo perché, come si dice, sono amici degli amici.
Di sicuro, comunque, il grande calo della carta stampata non è un fenomeno solo italiano.

Nel tuo libro “Comunicare la scienza” hai esplorato i diversi canali attraverso i quali si può fare comunicazione scientifica. Tra i canali che tu hai sperimentato personalmente nella tua carriera di giornalista scientifica, ce n’è uno preferito, che ti sta particolarmente a cuore?
Il primo amore è stata la carta stampata. Scrivendo sui giornali ho scoperto che ci si può divertire lavorando. Attenzione: divertirsi per me significa anche studiare, leggere, incuriosirsi. E’ una scoperta che ho fatto grazie a Romeo Bassoli, con cui scrivevo sui quotidiani. La carta stampata non l’ho mai lasciata e ora ci sto tornando con grande divertimento: mi piacerebbe poterlo dire a Romeo.
Ho fatto tanta radio, che è un mezzo al quale sono molto affezionata, anche se oggi lo pratico molto poco. Molti mi dicono che è la cosa che mi riesce meglio. Alla radio ho imparato a improvvisare durante le interviste, abilità questa che utilizzo moltissimo negli incontri dal vivo con gli scienziati e nelle moderazioni. A volte mi imbatto in scienziati un po’ imbranati a fare le relazioni in pubblico: allora io faccio delle lunghe interviste, e la cosa riesce spesso molto bene.
Facendo la radio si prende dimestichezza con certe strutture del pensiero, con l’idea di ritmo, di dialogo per conto d’altri: perché quando intervisti qualcuno, in realtà conduci con l’intervistato un dialogo non per conto tuo, ma per conto del pubblico che ti ascolta, e devi dimenticarti quello che sai.
Con la televisione, invcece, non è scoccata la stessa scintilla. E per quanto riguarda i musei, be’, sto iniziando adesso, e sembra anche una cosa interessante. Anche se non posso dire che sia il linguaggio a me più congeniale.

Quindi, se dovessi stilare una mia personale graduatoria di preferenza, direi: la carta stampata e la radio in testa, a pari merito, e sul podio al terzo posto gli eventi dal vivo, come interviste e moderazioni.
Tieni conto che questi eventi dal vivo rappresentano uno dei settori in cui si è fatto più sentire il calo dei compensi. Questo nonostante il fatto che le persone che sanno fare quel lavoro non siano poi molte, e tuttora ci chiamano perché ci conoscono e sanno che lo sappiamo fare. Ci offrono spesso compensi che sono la metà di quelli di due anni fa, e a volte ci propongono di farlo gratis.
Sei mesi fa l’ho scritto anche sul blog: “Per ragioni di sopravvivenza e di etica professionale,
non posso accettare proposte di lavoro gratis”. A nessuno salterebbe mai in mente di chiedere a un idraulico di venire a ripararci il lavandino gratis. Il guaio è che il nostro è un lavoro intellettuale, quindi impalpabile, e a volte non ne viene compreso il valore. Eppure per fare il mio lavoro ho studiato molto, leggo di continuo, viaggio, compro libri.

Per concludere l’intervista, mi dici un tuo progetto che stai coltivando e al quale tieni molto?
Di solito non ho progetti concreti a lungo periodo: se mi chiedi cosa farò tra due o cinque anni, non ne ho proprio idea. Forse il mio desiderio più grande sarebbe poter fare questo lavoro per tutta la vita, ma pagata di più, e con più tranquillità.
Però posso dirti due desideri segreti, in maniera criptata.
Il primo riguarda una cosa che vorrei fare all’estero, che comporterebbe per me il passaggio dall’essere mid-career al diventare grandi.
Il secondo è un libro che sto cercando di completare da molto tempo e che ogni volta, chissà perché, inciampa in problemi stranissimi che lo bloccano. Altri libri hanno già visto la luce, e altri ancora la vedranno a breve. Questo libro qui, invece, si è piantato ripetutamente e prima o poi affronterò la cosa con tutta la mia testardaggine, perché sono convinta che possa uscire un gran bel lavoro.

lunedì 30 dicembre 2013

Intervista a Paola Zuccolotto

Se negli anni del liceo un indovino mi avesse detto "Fra venticinque anni intervisterai, per il tuo blog, la tua compagna di classe Paola Zuccolotto", la mia reazione sarebbe stata un misto di incredulità e incapacità di comprendere. Già, perché negli anni Ottanta del secolo scorso nessuno poteva prevedere quale sarebbe stato, molti anni dopo, il significato della parola "blog"; e inoltre allora mi sarebbe risultato particolarmente ostico vedermi come futuro "intervistatore", per giunta di una mia ex compagna di classe. Per quale strano motivo?
Eppure, come scrisse George Byron, "È strano, ma vero; perché la verità è sempre strana, più strana dell'immaginazione". Ed eccomi qui a intervistare la mia ex compagna di classe, che, bravissima anche ai tempi del liceo, negli anni successivi è stata protagonista di una brillantissima carriera universitaria ed è attualmente Professore Associato all'Università di Brescia.
Dopo i Rudi Mathematici, famosi divulgatori matematici, ho pensato di intervistare lei, in quanto docente e ricercatrice nell'ambito della matematica (anzi, della statistica per essere precisi) e anche molto sensibile alle tematiche della comunicazione della scienza.
La ringrazio per avere accettato di regalare il suo prezioso tempo per un'occasione così giocosa come il mio blog (il post è corredato di una serie di immagini tratte da lavori di Paola, oltre che di alcune sue foto).

Paola, qual è stato finora il tuo percorso accademico e quali sono i tuoi principali argomenti di ricerca? 

Prima di parlare di me, desidero fare i complimenti a Mr. Palomar per come riesce a essere sempre interessante, rigoroso e divertente al tempo stesso, un trinomio così difficile da realizzare… e ovviamente ringraziarti di aver pensato a me per questa intervista.
Il mio percorso accademico è stato piuttosto lineare: ho conseguito il Dottorato di Ricerca in Statistica Metodologica nel 1999, poco dopo ho vinto un concorso come Ricercatore di Statistica presso l’Università di Brescia e dal 2005 sono Professore Associato.

Esempio di applicazione in ambito medico: metodo statistico algoritmico per l’identificazione dei principali fattori di rischio di risanguinamento di ulcera gastrica. Grafico tratto da: Sandri M., Zuccolotto P., (2008), A bias correction algorithm for the Gini variable importance measure in classification trees, Journal of Computational and Graphical Statistics, 17, 3, 1-18.



 
Mi occupo di tecniche statistiche per dati multivariati, vale a dire analisi di dataset in cui sono presenti molte (talvolta moltissime, come accade con i cosiddetti big data) variabili, alla ricerca di relazioni, associazioni, legami strutturali di vario tipo. Le finalità di queste analisi sono svariate; principalmente l’obiettivo è di comprendere meglio il funzionamento dei fenomeni studiati e/o di effettuare previsioni. Anche gli ambiti di applicazione possono essere i più diversi: economia, finanza, marketing, sport, medicina, genetica...
Dal punto di vista della statistica, le tecniche sono molteplici: si va da quelle più classiche, diciamo “tradizionali”, a metodi nuovi e più sofisticati, chiamati “algoritmici”, che hanno visto uno sviluppo rapidissimo nell’ultimo decennio grazie alla crescente capacità degli elaboratori elettronici. Tra le tecniche algoritmiche, a cui spesso ci si riferisce con il termine generico di machine learning, troviamo metodologie innovative dai nomi attraenti come le reti neurali artificiali, le cosiddette Random Forest… e l’elenco si allunga ogni giorno. Insomma, usando un termine tecnico, si può dire che sono un data miner, letteralmente un minatore che scava tra i dati alla ricerca della preziosa informazione che essi contengono.  

Se da una parte la matematica in senso lato, almeno in Italia, pare abbastanza snobbata dai mezzi di comunicazione, forse perché ritenuta poco accattivante per il grande pubblico, la statistica mi sembra invece molto presente nell’informazione quotidiana: penso ai sondaggi politici, alle tabelle e ai grafici finanziari sui giornali, e così via. L’economista americano Hal Varian ha affermato che quella dello statistico sarà la professione più “sexy” dei prossimi anni. Come si spiega tutto questo? 

Quando qualcuno, incuriosito dai miei studi, mi chiede cosa sia la statistica, spesso taglio corto dicendo che è una cugina della matematica, giusto per far capire che si tratta di numeri, calcoli e formule (a quel punto la risposta di solito è “Ah”, e si cambia discorso). Senza pretendere di definire l’albero genealogico di queste due discipline, questione che sicuramente risulterebbe molto più controversa di quanto esiga la banalità della diatriba, credo che, dal punto di vista dell’attrazione esercitata sul pubblico, il grande vantaggio della statistica sulla matematica sia che la prima tiene sempre un piede nella teoria e un altro nell’applicazione delle tecniche alla realtà. La parte di studio teorico differisce poco o nulla dalla ricerca di tipo matematico: gli strumenti sono gli stessi.
La differenza è che in statistica sono quasi assenti studi puramente astratti e l’orientamento più frequente è a proporre metodi e dimostrare proprietà che abbiano un risvolto pratico, cioè che aiutino a comprendere meglio un fenomeno, a migliorare le previsioni, e così via. La quasi totalità degli articoli scientifici di statistica contiene una sezione in cui le metodologie presentate da un punto di vista teorico sono poi applicate a dati reali, per mostrare su un caso pratico il valore aggiunto del metodo proposto. Penso sia questo che ha procurato alla statistica maggiore popolarità rispetto alla matematica, e sicuramente le analisi statistiche possono essere di grande aiuto in tutti i settori i cui vengono applicate, perché uniscono il rigore della matematica alla fruibilità dell’orientamento alla pratica.
Per questo Hal Varian ha definito lo statistico il mestiere sexy dei prossimi anni. Una massima spesso citata in azienda è “you can’t manage what you don’t measure”, e l’era digitale in cui viviamo mette a disposizione quantità di dati sempre crescenti con cui misurare, valutare, creare strumenti decisionali. Ecco perché le aziende dovrebbero, secondo Hal Varian, dotarsi di persone con questo tipo di competenze, cioè statistici, ma non solo. In realtà credo che avesse in mente di usare questo termine nella sua accezione più ampia di data scientist, una figura professionale che unisce statistica, informatica, conoscenza delle problematiche manageriali.
D'altra parte, questa popolarità della statistica nasconde anche qualche rischio. Infatti, complice la crescente disponibilità di software statistici user friendly, si sta diffondendo la tendenza a scavalcare la fase della teoria, difficile e noiosa, per approdare direttamente all’applicazione. E così molti si improvvisano statistici senza aver affrontato la base matematica che sottende, con un rigore troppo spesso dimenticato (o addirittura mai conosciuto), tutte le tecniche statistiche, dalla prima all’ultima. In questo modo si generano mostri e il rischio di commettere errori gravi è altissimo. É come se si volesse scrivere un romanzo in cinese senza averlo mai studiato, avvalendosi del traduttore di Google.
Addirittura si dice che alcuni dei crack finanziari che hanno tristemente condizionato l’economia mondiale di questi ultimi anni siano stati causati dall’applicazione sconsiderata di tecniche statistiche, senza dare adeguato peso alle ipotesi che, da un punto di vista matematico, ne sottendevano la validità.


Esempio di applicazione in ambito sociale: analisi statistica sulla job satisfaction dei lavoratori di 220 organizzazioni italiane operanti nel settore dei servizi sociali (ricerca FIVOL-FEO 1998, dati forniti da ISSAN, Università di Trento).
Grafico tratto da: Zuccolotto P. (2007), Principal Components of sample estimates: an approach through Symbolic Data Analysis, Statistical Methods & Applications, 16, 173-192.


Secondo te come è percepito oggi, dal mondo dei ricercatori e dei docenti universitari, il tema della comunicazione della scienza presso il grande pubblico?
Dare una risposta generale è quasi impossibile, perché il mondo dei ricercatori e dei docenti universitari è estremamente vario. Persino all’interno dello stesso settore scientifico, coesistono visioni, atteggiamenti e modi di pensare profondamente diversi. Mi limiterò pertanto a esprimere la mia opinione, senza la pretesa di rappresentare l’intero mondo accademico.
La mia impressione è che ci sia una certa distanza tra universitari e grande pubblico. In Italia il termine “accademico” è sinonimo di “inutilmente complicato”, “retorico”, addirittura “inconcludente”. Inoltre, per molti l’immagine di un professore universitario è quella di una persona piuttosto superba e altera. Insomma, unendo complicazione e alterigia, bisogna dire che fare una bella chiacchierata con un accademico non rientra nella classifica delle idee più allettanti per il grande pubblico.
Le ragioni di questo tipo di visione vanno ricercate da più parti. Da un lato, sicuramente una gran parte degli accademici non sente la necessità né la voglia di dedicarsi ad attività divulgative. Un po’ perché nel mondo accademico tutto quello che non si traduce in pubblicazione su qualche prestigiosa rivista internazionale vale praticamente zero, un po’ perché comunque non è facile tradurre argomenti difficili in parole semplici.
Non è assolutamente detto che un bravo ricercatore sia anche un bravo comunicatore. Anzi, se il grado di approfondimento con cui ci si dedica allo studio di una materia diviene molto elevato, si accumula una distanza dal pubblico che si può colmare solo se si possiede una grande capacità di comunicazione e una forte determinazione in questo senso. E queste sono doti indipendenti dalla capacità di ricerca scientifica. Ho parlato di distanza dal pubblico, ma ci credi che ai convegni scientifici a volte non ci capiamo nemmeno tra di noi?!?!
Non ho problemi ad ammettere che se ascolto la presentazione di un collega che lavora su argomenti, magari molto di nicchia, di cui non mi sono mai occupata, è difficile che riesca a seguirlo oltre i primi minuti… Io, per esempio, amo tradurre in parole semplici il mio lavoro anche in queste occasioni, proprio per consentire a tutti di seguire il mio discorso fino alla fine. Certo, questo significa rinunciare ai dettagli (a cui ogni buon ricercatore tiene tanto), e anche a dare di sé l’impressione di “uno che fa cose complicatissime”… ma si guadagna una platea attenta e partecipe.
Devo dire, però, che in questo atteggiamento rimango una mosca bianca… sembra una contraddizione, ma parlare in modo difficile è comunque la via più facile e sicura… Tornando alla divulgazione presso il grande pubblico, per la matematica c’è un’aggravante: è veramente arduo sfondare la barriera che molti, dopo averla subita per anni ai tempi della scuola, hanno sollevato di fronte a questa disciplina. Quando dico che svolgo attività di ricerca su una materia che ha molte affinità con la matematica leggo immediatamente quello sguardo misto di ammirazione e disgusto… Alla domanda “di cosa ti occupi?”, rispondere “astronomia” procura di certo più di successo che rispondere “matematica”… In pratica se un matematico ha voglia di appassionare qualcuno, prima deve convincerlo ad ascoltare, cosa che non capita in altri ambiti.
Questo di certo non deve essere una giustificazione per non elargire sforzi nella direzione della divulgazione ma, anzi, una ragione in più per farlo: demolire il mito della matematica vista come una materia difficile e arida. Per tutte queste ragioni è molto lodevole il lavoro di divulgazione che fate tu e alcuni altri.


Esempio di applicazione in ambito sportivo: previsione della probabilità di vittoria (W), pareggio (D), sconfitta (L) in una partita di calcio, sulla base di fattori costruiti a partire dal tipo di gioco (dati relativi al campionato di serie A italiano 2010-2011, forniti da Panini Digital).
Grafico tratto da: Carpita M., Sandri M., Simonetto A., Zuccolotto P. (2013), Football Mining with R, capitolo 14 del libro Data Mining Applications with R (Yanchang Z., Yonghua C. eds.), Elsevier.

Troppo buona, Paola. Qual è la tua opinione in merito alla scarsa attenzione che in Italia la politica e l’informazione dedicano alla ricerca scientifica e ai temi scientifici in genere?

Credo che, semplicemente, politica e informazione abbiano altri obiettivi: rispettivamente, la demagogia e il bisogno di fare notizia a tutti i costi. Non vorrei sembrare cinica, lo dico in realtà con molta amarezza. L’idea stessa di ricerca scientifica, così come viene comunicata dalla politica e dai media, è completamente distorta. Tanto per cominciare, si considera degna di attenzione solo quella ricerca che comporta vantaggi sociali/economici immediati, con buona pace della ricerca di base. In pratica, è come se si dicesse: “ragazzi, basta inventare nuove tecnologie, quelle che abbiamo sono più che sufficienti, ora dobbiamo dedicarci solo a utilizzarle al meglio”.
Certo, sfruttare l’esistente è fondamentale, anche per non vanificare gli sforzi passati, ma smettere di progredire è poco lungimirante e, in definitiva, assolutamente sbagliato in un’ottica di lungo periodo. Però è difficile far capire alle masse che dimostrare oggi un astratto teorema matematico potrebbe portare domani a scoprire un nuovo modo di sfruttare le energie alternative, e così finanziare chi dimostra teoremi non appare alla politica così prioritario, specialmente in periodi come quello che stiamo attraversando. Siccome il consenso del pubblico è la prima preoccupazione, la scienza può attendere. Per ora va anche tutto bene, ma il terreno che perdiamo in questo modo rispetto agli altri paesi europei e del mondo si noterà un domani. E non parliamo della feroce campagna di mistificazione, per lo più demagogica, con la quale in questi ultimi anni l’università italiana è stata dipinta come il regno dei baroni, dei favoritismi, dei corsi di laurea bizzarri quanto inutili. Non dico che queste tristi realtà non esistano, ma sono certamente molto più circoscritte di quanto sia stato propagandato.
La realtà è che l’università è fatta da tante persone con una grandissima passione per la ricerca. Ciononostante, che la ricerca scientifica italiana venga svolta per la maggior parte nell’ambito delle università (e con risultati eccellenti, a livello mondiale) non è poi così noto tra il pubblico. Insomma, voglio dire che, purtroppo, non si tratta solo di scarsa attenzione alla ricerca scientifica, molto più grave è l’immagine distorta con cui essa viene dipinta. I tagli ai finanziamenti, poi, arrivano (a volte addirittura applauditi) di conseguenza…
I mezzi di informazione, dal canto loro, pubblicano quello che la gente legge più volentieri e nell’epoca del Grande Fratello e della TV-spazzatura, anziché costruire un’alternativa, seguono l’onda. Mai fare di tutta l’erba un fascio, ovviamente, ci sono prestigiose eccezioni, ma la direzione di fondo è chiara. Le tematiche scientifiche, e quelle matematiche in particolare, sono spesso divulgate dai mezzi d’informazione in modo improprio, peccando di sensazionalismo, superficialità, imprecisione.


Esempio di applicazione in ambito finanziario: metodo statistico per la costruzione di gruppi di titoli azionari caratterizzati da comportamenti simili in caso di shock dei rendimenti, al fine di costruire portafogli di investimento per periodi di crisi o di forti turbolenze del mercato azionario (dati forniti da Borsa Italiana).
Grafico tratto da: De Luca G., Zuccolotto P. (in corso di pubblicazione), Dynamic clustering of financial assets, in: Vicari D., Okada A., Ragozini G., Weihs C. (eds.), Analysis and Modeling of Complex Data in Behavioural and Social Sciences, Springer, Berlino.

Come potrebbero collaborare Università e comunicatori scientifici (giornalisti, blogger, ecc.), per migliorare la situazione?
Un cambiamento di direzione si può avere solo diffondendo cultura. Parlo di cultura in senso generale, a tutti i livelli, non solo scientifica. Tutti, ma proprio tutti, dovrebbero impegnarsi in questa direzione, partendo dalla televisione che propone programmi che sono un oltraggio all’intelligenza umana, passando ai giornali, che molto spesso puntano diritti all’obiettivo di fare notizia, senza curarsi troppo di essere anche precisi. E non parliamo del modo in cui l’informazione circola, incontrollata, nei Social Network: quante volte abbiamo visto girare, condivise da migliaia di persone, bufale colossali? Bufale che si sarebbero potute smascherare con un click su Google. Fa parte di uno stile: la notizia è clamorosa, quindi voglio essere il primo a diffonderla, senza preoccuparmi di verificarne la veridicità.
È questo atteggiamento che la cultura può e deve cambiare, la cultura intesa come voglia di conoscere i particolari e di andare oltre le apparenze, amore per la precisione, disponibilità a mettere in discussione le proprie idee grazie alle conoscenze acquisite. L’apprezzamento per la scienza, poi verrà di conseguenza, ma è inutile pensare di seminarlo in un terreno dove non può attecchire. Della diffusione della cultura siamo responsabili tutti, a tutti i livelli, ognuno di noi si deve sentire inchiodato alla propria responsabilità nei confronti delle generazioni future.

giovedì 17 ottobre 2013

Intervista ai Rudi Mathematici

Con questo post ha inizio una nuova serie di interviste a personalità del mondo della divulgazione e della matematica. È quindi con grande piacere che vi presento il primo di questi appuntamenti. Ad essere intervistata non è una sola persona, ma addirittura tre: gli inimitabili, geniali e simpaticissimi Rudi Mathematici!
Chi non ha imparato ad amare la loro brillante leggerezza nel parlare di matematica? Chi non conosce la loro storica e-zine, la celebre "rivista fondata nell'altro millennio", giunta ormai al quindicesimo anno e al numero 177? E chi non si è mai cimentato con i loro divertenti enigmi presentati su "Le Scienze"?
I Rudi Mathematici sono anche autori di un libro, "Rudi simmetrie" (edizioni Coop Studi), insignito del premio Peano Giovani Autori nel 2007.
Ma bando alle ciance. Lasciamo parlare loro, i Rudi. Li ringrazio di cuore per avermi concesso l'intervista, con la loro consueta simpatia. E buona lettura a tutti!

Chi sono, veramente, i Rudi Mathematici? E come sono diventati i Rudi Mathematici?
Se per “veramente” si intende “nel mondo reale”, o ancora più banalmente, al registro dell’anagrafe, la risposta è facile: sono Rodolfo Clerico (Rudy D’Alembert), Francesca Ortenzio (Alice Riddle) e Piero Fabbri (Piotr Rezierovic Silverbrahms): due fisici (uno un po’ più fisico dell’altro) e un’ingegnere (l’apostrofo è voluto). Sono diventati Rudi Mathematici perché Rodolfo/Rudy, in ufficio, si divertiva a tormentare e vicini di scrivania con indovinelli e problemi di matematica. Nessuno lo ha contraddetto, finché tra i vicini di scrivania non è capitata Francesca/Alice. Lei gli fa: “…e perché non ci fai un giornaletto, con questi problemi?” e Rudy lo ha fatto. Lo ha chiamato “Rudy Mathematici”, (con la ipsilon) perché è un egocentrico e perché gli piacevano tanto i “Ludi Mathematici” di Leon Battista Alberti. Era già tutto fatto, in pratica: Rudy che scovava problemi e Alice che mostrava al mondo che le cose si possono fare, non solo immaginare. Poi è arrivato anche Piero/Piotr, compagno d’università di Rudy, con il compito istituzionale di sollevare polvere e vendere fumo. A questo punto la ipsilon è diventata una “i”, e “Rudi Mathematici”, l’e-zine, era davvero nata. Per un sacco di tempo i tre nomi anagrafici sono restati misteriosi e noi giocavamo a fare le primule rosse della matematica del web (la verità? Avevamo tutti e tre una paura folle che la gente si accorgesse che in matematica siamo scarsi, anzi, scarsissimi), finché non siamo sbarcati in maniera del tutto inaspettata sulle pagine di Le Scienze. Lì i nomi veri dovevano saltar fuori (insieme alle nostre vanitosissime code di pavone), e lo hanno fatto rumorosamente, al punto di far cadere la “acca”; e infatti lì siamo noti come “Rudi Matematici”. Lettere che cambiano, lettere che cadono… in fondo, è quasi tutta qui, in un frullare di lettere, la storia della nascita di RM.
 
A mio parere, una delle cifre più interessanti e originali del vostro stile è una felice combinazione di matematica e narrativa. In generale, secondo voi, queste forme di contaminazione possono rappresentare una soluzione al problema della difficile penetrazione della scienza tra il pubblico, e un modo efficace per trasmettere alle persone l'amore per le discipline matematiche e scientifiche?
Esiste davvero – laboratori chimici e reparti epidemiologi d’ospedale a parte – qualche umana disciplina o istituzione in cui la contaminazione non sia anche e soprattutto un arricchimento? I meticci sono quasi sempre più robusti e più svegli dei genitori di razza pura. Nel nostro caso specifico, in realtà, il primo fronte che volevamo sfondare era proprio quello, banale, del riconoscere alla matematica la capacità di divertire. È indubbio che risolvere un indovinello sia estremamente più piacevole che fare esercizi sugli integrali tripli per passare l’esame di Analisi Due, ma allo stesso tempo è altrettanto vero che sempre di matematica si tratta. Il primo passo è stato quindi quello di provare ad usare un linguaggio diretto e poco formale, colloquiale e quotidiano, anche nell’esposizione dei nostri problemini. Il passo successivo, quello di raccontare la matematica come se la racconterebbero tre amici mentre bevono una birra. E quando si beve una birra insieme, non si parla mica solo di matematica… In buona sostanza, per noi era quasi una scelta obbligata: non siamo matematici professionisti, e i matematici professionisti probabilmente si accorgono facilmente che, anche volendo, non potremmo scrivere memorie accademiche perché, oltre alle conoscenze tecniche, ci manca persino il “linguaggio” giusto per certe prestazioni. Però siamo sempre stati convinti che la matematica non sia solo quella accademica, e che fosse trasformabile in racconti, in storie, e in chiacchiere da salotto. Il buon successo che ha trovato RM è probabilmente un indice del fatto che sì, queste contaminazioni possono essere utili. La scienza vera è certo una cosa diversa, ma la passione per la scienza vera inizia dall’entusiasmo delle persone normali, e normalmente affascinabili: e se queste persone sono giovani, magari da grandi potrebbero decidere, sull’onda dell’entusiasmo, di diventare degli scienziati. Se sapessimo di aver convinto anche un solo ragazzo indeciso a studiare scienza, anziché scegliere una professione più remunerativa e normale, avremmo già (e di gran lunga) ottenuto il nostro primario obiettivo.
 
Qual è il "valore" del divulgare la matematica, e in generale la scienza, oggi, in Italia?
Qual è il valore di un giro al Louvre? Quale quello di vedere un bel film, di assistere a un bel concerto? Quale quello di provare a scrivere una poesia, o di stupirsi del magico ritorno, ogni anno, della primavera? Una volta risolti quelli che gli scienziati chiamano “bisogni primari” come il cibo, il posto al caldo, la possibilità di dormire al sicuro, quasi ogni altra azione degli uomini è governata direttamente dalle emozioni e, più esplicitamente, dalla ricerca del bello. La scienza ha una caratteristica molto particolare, non frequente nelle altre attività umane: è utilissima per soddisfare i bisogni primari e migliorare la qualità della vita, e inoltre è bella quanto le opere d’arte più magnifiche. Messa in questi termini, è stupefacente che esista qualcuno che possa decidere di ignorarla, di vivere senza avvicinarvisi. Ma succede, e succede troppo spesso. Forse perché costa un po’ di fatica impararne il linguaggio, gli strumenti d’utilizzo, ma è uno scotto da pagare solo all’inizio e anche ragionevolmente piccolo, se si riesce ad intravvedere le delizie che è pronta a disvelare. La divulgazione dovrebbe riuscire a fare un po’ questo: spiegare che c’è un mondo spettacolare da scoprire, e che il biglietto per lo spettacolo non costa poi tanto. Ci servono scienziati e tecnici, in Italia più ancora che altrove; ma forse non è tanto sul “bisogno di loro” che si dovrebbe puntare: il patto implicito nell’esortazione “studia tanto, poi avrai un lavoro sicuro” è un’equazione complicata, in cui entrambi i termini sono in realtà poco definiti e poco sicuri. E poi è un’equazione che tutti i giovani  tengono in realtà ben presente, specie in tempi di crisi. L’altra equazione “guarda cosa ha scoperto la scienza, ti piacerà e ti divertirai” è molto più semplice, diretta, e assolutamente autentica. E, probabilmente, persino più efficace della prima.

Potete dare un consiglio ad un giovane che aspira a diventare divulgatore o a coltivare la nobile arte della matematica ricreativa?
Noi dare consigli? Mamma mia, non siamo mica preparati a cotanto. Quel che possiamo dire, anche se rischia di suonare molto banale e retorico, che in un campo come questo quello che conta è la passione. La risposta è davvero retorica e banale (si risponde sempre così, a prescindere dal tema specifico: cosa ci vuole per diventare bravi attori? Tanta passione. Per diventare vigili del fuoco? Tanta passione. Per fare il record del mondo di impilatore di tessere del domino? Tanta passione. Per essere la pornostar più acclamata del mondo? Tanta passione.) ma è difficile darne un'altra. Anche perché, a differenza degli attori, dei vigili del fuoco e delle pornostar, fare i divulgatori – almeno come li facciamo noi – non è certo un lavoro che consenta di mettere insieme pranzo e cena, e meno che mai di pagare l’affitto. Esistono bravi divulgatori di scienza, per fortuna; ma di personaggi che siano riusciti a vivere facendo il mestiere di propugnatore della matematica ricreativa conosciamo solo Martin Gardner. Ma lui è stato il primo, oltre che l’unico; e poi era americano, viveva un un’epoca diversa e, in ultima analisi, era un giornalista appassionato di matematica, e quindi un “divulgatore” professionista ab origo. La verità è che noi siamo lusingatissimi di sentirci chiamare “divulgatori”, ma non abbiamo mai seriamente pensato di esserlo. Abbiamo cominciato per divertirci e convinti che, grazie alla rete (che quindici anni fa era comunque qualcosa di molto diverso da quello che è adesso), avremmo trovato altri che volevano divertirsi con noi. Siamo figli dei nostri tempi, e siamo diventati quello che siamo più per caso che per progetto. Pensi che su queste premesse potremmo davvero dare un consiglio al nostro ipotetico giovane emulo? Se la risposta è “sì”, allora il consiglio diventa “Fai quel che ti diverte, sempre che tu abbia assicurato di avere di che vivere in qualche modo alternativo. E fallo con gli strumenti che hai sottomano, che condividi con altri”.

Leggendo su "Le Scienze" i vostri giochi matematici, mi sorprendo spesso a chiedermi come fate ogni volta a inventare enigmi così belli! Ma secondo voi in cosa consiste veramente la bellezza della matematica?
Questa domanda richiede innanzitutto una doverosa precisazione. Ci vergogniamo sempre un po’ a confessarlo, ma lo abbiamo sempre detto esplicitamente: noi, quasi senza eccezione, non inventiamo enigmi. Li cerchiamo, li sceneggiamo, li elaboriamo. Li ricaviamo talvolta da qualche strana proprietà, altre volte li prendiamo quasi interamente già fatti. Questo, almeno, per quanto riguarda Rudi Mathematici, la nostra e-zine. Anche i problemi che pubblichiamo su Le Scienze sono, quasi sempre, problemi non originali, ma lì entra in gioco anche la narrazione, la persistenza e la caratterizzazione dei personaggi, l’obbligo di raccontare una piccola storia (questa sì, davvero originale) entro cui nascondere un problema. Problema che, una volta analizzato criticamente e spogliato dal contesto, risulterà poi essere, inevitabilmente o quasi, un problema già noto nella vasta letteratura dei problemi della matematica ricreativa. Quindi, per una prima risposta parziale, possiamo spogliarci della nostra notoria modestia e dire che sì, in parte, anche il confezionamento, la sceneggiatura, e soprattutto quella che noi chiamiamo “de-matematizzazione” di un problema sono elementi importanti per far sì che un problema risulti “bello”. Ma sono solo elementi, e tutt’altro che esaustivi. E poi, la tua domanda è ben più ampia, più generale: non chiede: “cosa rende un problema di matematica bello?”, ma pone il quesito ben più ardito “in cosa consiste la bellezza della matematica?”. E questa domanda è davvero difficile, opinabile, personale. Una delle cose più affascinanti della matematica è il suo essere indipendente dal mondo esterno; d’altro lato, ancora più affascinante è proprio la sua capacità (“irragionevole capacità”, l’hanno chiamata molti saggi) di descriverlo con sorprendente efficacia. Oppure la sua profonda capacità di scoprire cose nuove: tutte le scienze fanno delle “scoperte”, ma quelle matematiche sorprendono di più, perché in teoria si raggiungono solo attraverso percorsi logici, consequenziali a degli assiomi; quindi, in teoria, sono scoperte che erano già dentro la matematica, dentro la premessa iniziale. Tutto già dentro, eppure risulta incredibilmente stupefacente quando si squaderna, diventando evidente. È un po’ come se, guardando un filamento di DNA, si potesse capire tutto l’aspetto, i comportamenti, i desideri del proprietario del DNA stesso; analizzare una piccola sequenza di acidi nucleici, e capire il sorriso che farà quell’uomo quando gli nascerà il primo figlio. Un’altra sequenza esaminata, e si capiscono quali siano i suoi pensieri mentre torna a casa stanco dall’ufficio. In qualche misura, l’analogia biologica è errata, perché molte caratteristiche dell’individuo non sono genetiche, ma causate dalle sue esperienze e dall’ambiente. Per la matematica, invece, no: tutti i suoi misteri che si scopriranno in futuro sono già qui, conseguenze pre-scritte di quello che già possediamo. La matematica è un linguaggio attraverso il quale si possono scrivere infinite opere in infinite lingue, e ne possediamo già l’alfabeto. Ogni volta che viene scritto un nuovo teorema-romanzo, è certo una conquista del nuovo, ma anche un riutilizzo del medesimo alfabeto. E questo, almeno a noi, sembra bellissimo.

sabato 12 ottobre 2013

Comunicare la scienza

Bologna, sabato scorso: piacevole gita in città con un caro amico, programmata da tempo. Una pioggerellina gentile accarezza le nostre peregrinazioni alla ricerca dei luoghi di Pasolini, di Roversi, di John Lennon (c'erano un paio di mostre a lui dedicate). Nel pomeriggio, un giro in una grande libreria del centro.
Nelle librerie, soprattutto in alcune, io mi perdo, non uscirei più.
Vado a dare un'occhiata allo scaffale dei libri di scienza, e vengo subito attratto da un titolo: "Comunicare la scienza". Guardo gli autori: Silvia Bencivelli e Francesco Paolo de Ceglia.

Bè, già la prima autrice è una garanzia di serietà, penso tra me e me. Sfoglio rapidamente il volumetto, edito da Carocci, e vi trovo molti argomenti per me di grande interesse: la comunicazione della scienza nell'editoria periodica e libraria, alla radio e alla televisione, nel web, nei musei.

In un attimo decido che lo compro. Raggiungo il mio amico alla cassa, pago ed esco contento.
Tornato a casa la sera, mi tuffo nella lettura di questo libro di recente uscita, e capisco subito che si tratta di un utilissimo strumento per chi desidera conoscere meglio il mondo della comunicazione scientifica in Italia.
La Bencivelli e de Ceglia sono riusciti a confezionare un vademecum prezioso per scienziati impegnati nella comunicazione, giornalisti scientifici, science writers, bloggers, animatori museali, e così via.
La trattazione è precisa, esaustiva. Ognuno dei diversi canali in cui si può esprimere l'attività del comunicatore scientifico viene analizzato con grande accuratezza, fornendo suggerimenti e chiarimenti che raramente ho trovato altrove.
Ci sono alcune sezioni particolarmente interessanti, tra le quali una breve panoramica sulla storia della divulgazione in Italia, l'appendice sugli aspetti economici e contrattuali dell'attività di freelance, la ricca bibliografia sull'argomento.
Durante la mia attenta e beata lettura del libro, a un certo punto sono arrivato al capitolo dedicato al web. Con mia enorme sorpresa, ho scoperto che, nel riquadro in cui vengono segnalati alcuni blog di scienza, viene menzionato il blog che state leggendo (per la verità mi fanno ottima compagnia altri ottimi blog di altrettanto ottimi amici divulgatori).
Non mi era mai capitato di trovare il mio nome in un libro, credo. Trovarlo in un'opera così ben fatta fa davvero piacere. Ma vi garantisco: avrei scritto questo post anche se il mio blog non fosse stato citato.
Credo sinceramente che sia un libro fondamentale e indispensabile per chi opera nell'ambito della comunicazione scientifica o aspira a farlo. Buona lettura.

giovedì 29 novembre 2012

Il desiderio di spiegare

Recentemente mi è capitato tra le mani un bellissimo saggio di Isaac Asimov che avevo letto tanti anni fa.
Già dal suo titolo, "Civiltà extraterrestri", quel libro del 1979 promette al lettore mondi affascinanti e sorprendenti rivelazioni.
E la grandezza di Asimov è che quello che promette, lo mantiene anche.
Sfogliando dopo molto tempo quel volumetto, una frase in particolare, tratta dall'introduzione, ha catturato la mia attenzione:

"Ardo dal desiderio di spiegare, e la mia massima soddisfazione è prendere qualcosa di ragionevolmente intricato e renderlo chiaro passo dopo passo. È il modo più facile per chiarire le cose a me stesso."

E' una specie di manifesto del modo di fare divulgazione di Asimov; ed è anche, per quel poco o nulla che può contare, una perfetta descrizione dell'origine del piacere che io stesso provo nel divulgare la scienza.
Può sembrare egoistico, ma io credo che il vero divulgatore sia, innanzitutto, uno che ha bisogno di spiegare le cose a se stesso, prima ancora che al pubblico.
Leggendo i saggi di Asimov, maestro di tutti i divulgatori scientifici, il lettore percepisce quel sottile piacere nel "prendere qualcosa di ragionevolmente intricato e renderlo chiaro passo dopo passo": ma l'intensità del piacere provato dal lettore è proporzionale alla capacità dell'autore di entusiasmare e appassionare.
E in Asimov (come d'altra parte in altri grandi divulgatori), è facile immaginare che questa passione ha origine proprio dal fatto che la spiegazione della "cosa intricata" ha entusiasmato, prima di qualsiasi lettore o ascoltatore, l'autore stesso.

Galileo scrisse "parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi". Ma la lezione di Asimov è che non basta parlare chiaro per essere buoni divulgatori (benché sia fondamentale): occorre anche avere sperimentato intimamente, dentro di sè, quel desiderio "ardente" di spiegare a se stessi qualcosa di apparentemente difficile, e aver poi provato quella grande soddisfazione che nasce dall'accorgersi di esserci riusciti.

L'ultimo post di Mr. Palomar, anzi no

Sono trascorsi quasi 14 anni da quel Capodanno del 2011, quando Mr. Palomar  vide la luce. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti, c...