giovedì 17 ottobre 2013

Intervista ai Rudi Mathematici

Con questo post ha inizio una nuova serie di interviste a personalità del mondo della divulgazione e della matematica. È quindi con grande piacere che vi presento il primo di questi appuntamenti. Ad essere intervistata non è una sola persona, ma addirittura tre: gli inimitabili, geniali e simpaticissimi Rudi Mathematici!
Chi non ha imparato ad amare la loro brillante leggerezza nel parlare di matematica? Chi non conosce la loro storica e-zine, la celebre "rivista fondata nell'altro millennio", giunta ormai al quindicesimo anno e al numero 177? E chi non si è mai cimentato con i loro divertenti enigmi presentati su "Le Scienze"?
I Rudi Mathematici sono anche autori di un libro, "Rudi simmetrie" (edizioni Coop Studi), insignito del premio Peano Giovani Autori nel 2007.
Ma bando alle ciance. Lasciamo parlare loro, i Rudi. Li ringrazio di cuore per avermi concesso l'intervista, con la loro consueta simpatia. E buona lettura a tutti!

Chi sono, veramente, i Rudi Mathematici? E come sono diventati i Rudi Mathematici?
Se per “veramente” si intende “nel mondo reale”, o ancora più banalmente, al registro dell’anagrafe, la risposta è facile: sono Rodolfo Clerico (Rudy D’Alembert), Francesca Ortenzio (Alice Riddle) e Piero Fabbri (Piotr Rezierovic Silverbrahms): due fisici (uno un po’ più fisico dell’altro) e un’ingegnere (l’apostrofo è voluto). Sono diventati Rudi Mathematici perché Rodolfo/Rudy, in ufficio, si divertiva a tormentare e vicini di scrivania con indovinelli e problemi di matematica. Nessuno lo ha contraddetto, finché tra i vicini di scrivania non è capitata Francesca/Alice. Lei gli fa: “…e perché non ci fai un giornaletto, con questi problemi?” e Rudy lo ha fatto. Lo ha chiamato “Rudy Mathematici”, (con la ipsilon) perché è un egocentrico e perché gli piacevano tanto i “Ludi Mathematici” di Leon Battista Alberti. Era già tutto fatto, in pratica: Rudy che scovava problemi e Alice che mostrava al mondo che le cose si possono fare, non solo immaginare. Poi è arrivato anche Piero/Piotr, compagno d’università di Rudy, con il compito istituzionale di sollevare polvere e vendere fumo. A questo punto la ipsilon è diventata una “i”, e “Rudi Mathematici”, l’e-zine, era davvero nata. Per un sacco di tempo i tre nomi anagrafici sono restati misteriosi e noi giocavamo a fare le primule rosse della matematica del web (la verità? Avevamo tutti e tre una paura folle che la gente si accorgesse che in matematica siamo scarsi, anzi, scarsissimi), finché non siamo sbarcati in maniera del tutto inaspettata sulle pagine di Le Scienze. Lì i nomi veri dovevano saltar fuori (insieme alle nostre vanitosissime code di pavone), e lo hanno fatto rumorosamente, al punto di far cadere la “acca”; e infatti lì siamo noti come “Rudi Matematici”. Lettere che cambiano, lettere che cadono… in fondo, è quasi tutta qui, in un frullare di lettere, la storia della nascita di RM.
 
A mio parere, una delle cifre più interessanti e originali del vostro stile è una felice combinazione di matematica e narrativa. In generale, secondo voi, queste forme di contaminazione possono rappresentare una soluzione al problema della difficile penetrazione della scienza tra il pubblico, e un modo efficace per trasmettere alle persone l'amore per le discipline matematiche e scientifiche?
Esiste davvero – laboratori chimici e reparti epidemiologi d’ospedale a parte – qualche umana disciplina o istituzione in cui la contaminazione non sia anche e soprattutto un arricchimento? I meticci sono quasi sempre più robusti e più svegli dei genitori di razza pura. Nel nostro caso specifico, in realtà, il primo fronte che volevamo sfondare era proprio quello, banale, del riconoscere alla matematica la capacità di divertire. È indubbio che risolvere un indovinello sia estremamente più piacevole che fare esercizi sugli integrali tripli per passare l’esame di Analisi Due, ma allo stesso tempo è altrettanto vero che sempre di matematica si tratta. Il primo passo è stato quindi quello di provare ad usare un linguaggio diretto e poco formale, colloquiale e quotidiano, anche nell’esposizione dei nostri problemini. Il passo successivo, quello di raccontare la matematica come se la racconterebbero tre amici mentre bevono una birra. E quando si beve una birra insieme, non si parla mica solo di matematica… In buona sostanza, per noi era quasi una scelta obbligata: non siamo matematici professionisti, e i matematici professionisti probabilmente si accorgono facilmente che, anche volendo, non potremmo scrivere memorie accademiche perché, oltre alle conoscenze tecniche, ci manca persino il “linguaggio” giusto per certe prestazioni. Però siamo sempre stati convinti che la matematica non sia solo quella accademica, e che fosse trasformabile in racconti, in storie, e in chiacchiere da salotto. Il buon successo che ha trovato RM è probabilmente un indice del fatto che sì, queste contaminazioni possono essere utili. La scienza vera è certo una cosa diversa, ma la passione per la scienza vera inizia dall’entusiasmo delle persone normali, e normalmente affascinabili: e se queste persone sono giovani, magari da grandi potrebbero decidere, sull’onda dell’entusiasmo, di diventare degli scienziati. Se sapessimo di aver convinto anche un solo ragazzo indeciso a studiare scienza, anziché scegliere una professione più remunerativa e normale, avremmo già (e di gran lunga) ottenuto il nostro primario obiettivo.
 
Qual è il "valore" del divulgare la matematica, e in generale la scienza, oggi, in Italia?
Qual è il valore di un giro al Louvre? Quale quello di vedere un bel film, di assistere a un bel concerto? Quale quello di provare a scrivere una poesia, o di stupirsi del magico ritorno, ogni anno, della primavera? Una volta risolti quelli che gli scienziati chiamano “bisogni primari” come il cibo, il posto al caldo, la possibilità di dormire al sicuro, quasi ogni altra azione degli uomini è governata direttamente dalle emozioni e, più esplicitamente, dalla ricerca del bello. La scienza ha una caratteristica molto particolare, non frequente nelle altre attività umane: è utilissima per soddisfare i bisogni primari e migliorare la qualità della vita, e inoltre è bella quanto le opere d’arte più magnifiche. Messa in questi termini, è stupefacente che esista qualcuno che possa decidere di ignorarla, di vivere senza avvicinarvisi. Ma succede, e succede troppo spesso. Forse perché costa un po’ di fatica impararne il linguaggio, gli strumenti d’utilizzo, ma è uno scotto da pagare solo all’inizio e anche ragionevolmente piccolo, se si riesce ad intravvedere le delizie che è pronta a disvelare. La divulgazione dovrebbe riuscire a fare un po’ questo: spiegare che c’è un mondo spettacolare da scoprire, e che il biglietto per lo spettacolo non costa poi tanto. Ci servono scienziati e tecnici, in Italia più ancora che altrove; ma forse non è tanto sul “bisogno di loro” che si dovrebbe puntare: il patto implicito nell’esortazione “studia tanto, poi avrai un lavoro sicuro” è un’equazione complicata, in cui entrambi i termini sono in realtà poco definiti e poco sicuri. E poi è un’equazione che tutti i giovani  tengono in realtà ben presente, specie in tempi di crisi. L’altra equazione “guarda cosa ha scoperto la scienza, ti piacerà e ti divertirai” è molto più semplice, diretta, e assolutamente autentica. E, probabilmente, persino più efficace della prima.

Potete dare un consiglio ad un giovane che aspira a diventare divulgatore o a coltivare la nobile arte della matematica ricreativa?
Noi dare consigli? Mamma mia, non siamo mica preparati a cotanto. Quel che possiamo dire, anche se rischia di suonare molto banale e retorico, che in un campo come questo quello che conta è la passione. La risposta è davvero retorica e banale (si risponde sempre così, a prescindere dal tema specifico: cosa ci vuole per diventare bravi attori? Tanta passione. Per diventare vigili del fuoco? Tanta passione. Per fare il record del mondo di impilatore di tessere del domino? Tanta passione. Per essere la pornostar più acclamata del mondo? Tanta passione.) ma è difficile darne un'altra. Anche perché, a differenza degli attori, dei vigili del fuoco e delle pornostar, fare i divulgatori – almeno come li facciamo noi – non è certo un lavoro che consenta di mettere insieme pranzo e cena, e meno che mai di pagare l’affitto. Esistono bravi divulgatori di scienza, per fortuna; ma di personaggi che siano riusciti a vivere facendo il mestiere di propugnatore della matematica ricreativa conosciamo solo Martin Gardner. Ma lui è stato il primo, oltre che l’unico; e poi era americano, viveva un un’epoca diversa e, in ultima analisi, era un giornalista appassionato di matematica, e quindi un “divulgatore” professionista ab origo. La verità è che noi siamo lusingatissimi di sentirci chiamare “divulgatori”, ma non abbiamo mai seriamente pensato di esserlo. Abbiamo cominciato per divertirci e convinti che, grazie alla rete (che quindici anni fa era comunque qualcosa di molto diverso da quello che è adesso), avremmo trovato altri che volevano divertirsi con noi. Siamo figli dei nostri tempi, e siamo diventati quello che siamo più per caso che per progetto. Pensi che su queste premesse potremmo davvero dare un consiglio al nostro ipotetico giovane emulo? Se la risposta è “sì”, allora il consiglio diventa “Fai quel che ti diverte, sempre che tu abbia assicurato di avere di che vivere in qualche modo alternativo. E fallo con gli strumenti che hai sottomano, che condividi con altri”.

Leggendo su "Le Scienze" i vostri giochi matematici, mi sorprendo spesso a chiedermi come fate ogni volta a inventare enigmi così belli! Ma secondo voi in cosa consiste veramente la bellezza della matematica?
Questa domanda richiede innanzitutto una doverosa precisazione. Ci vergogniamo sempre un po’ a confessarlo, ma lo abbiamo sempre detto esplicitamente: noi, quasi senza eccezione, non inventiamo enigmi. Li cerchiamo, li sceneggiamo, li elaboriamo. Li ricaviamo talvolta da qualche strana proprietà, altre volte li prendiamo quasi interamente già fatti. Questo, almeno, per quanto riguarda Rudi Mathematici, la nostra e-zine. Anche i problemi che pubblichiamo su Le Scienze sono, quasi sempre, problemi non originali, ma lì entra in gioco anche la narrazione, la persistenza e la caratterizzazione dei personaggi, l’obbligo di raccontare una piccola storia (questa sì, davvero originale) entro cui nascondere un problema. Problema che, una volta analizzato criticamente e spogliato dal contesto, risulterà poi essere, inevitabilmente o quasi, un problema già noto nella vasta letteratura dei problemi della matematica ricreativa. Quindi, per una prima risposta parziale, possiamo spogliarci della nostra notoria modestia e dire che sì, in parte, anche il confezionamento, la sceneggiatura, e soprattutto quella che noi chiamiamo “de-matematizzazione” di un problema sono elementi importanti per far sì che un problema risulti “bello”. Ma sono solo elementi, e tutt’altro che esaustivi. E poi, la tua domanda è ben più ampia, più generale: non chiede: “cosa rende un problema di matematica bello?”, ma pone il quesito ben più ardito “in cosa consiste la bellezza della matematica?”. E questa domanda è davvero difficile, opinabile, personale. Una delle cose più affascinanti della matematica è il suo essere indipendente dal mondo esterno; d’altro lato, ancora più affascinante è proprio la sua capacità (“irragionevole capacità”, l’hanno chiamata molti saggi) di descriverlo con sorprendente efficacia. Oppure la sua profonda capacità di scoprire cose nuove: tutte le scienze fanno delle “scoperte”, ma quelle matematiche sorprendono di più, perché in teoria si raggiungono solo attraverso percorsi logici, consequenziali a degli assiomi; quindi, in teoria, sono scoperte che erano già dentro la matematica, dentro la premessa iniziale. Tutto già dentro, eppure risulta incredibilmente stupefacente quando si squaderna, diventando evidente. È un po’ come se, guardando un filamento di DNA, si potesse capire tutto l’aspetto, i comportamenti, i desideri del proprietario del DNA stesso; analizzare una piccola sequenza di acidi nucleici, e capire il sorriso che farà quell’uomo quando gli nascerà il primo figlio. Un’altra sequenza esaminata, e si capiscono quali siano i suoi pensieri mentre torna a casa stanco dall’ufficio. In qualche misura, l’analogia biologica è errata, perché molte caratteristiche dell’individuo non sono genetiche, ma causate dalle sue esperienze e dall’ambiente. Per la matematica, invece, no: tutti i suoi misteri che si scopriranno in futuro sono già qui, conseguenze pre-scritte di quello che già possediamo. La matematica è un linguaggio attraverso il quale si possono scrivere infinite opere in infinite lingue, e ne possediamo già l’alfabeto. Ogni volta che viene scritto un nuovo teorema-romanzo, è certo una conquista del nuovo, ma anche un riutilizzo del medesimo alfabeto. E questo, almeno a noi, sembra bellissimo.

2 commenti:

  1. Ma che bello!
    Devo proprio ringraziarti per questa bellissima intervista.
    Tu hai avuto un'ottima idea e quei tre... quei tre hanno risposto alle tue domande in modo superbo, cosa che non dovrebbe meravigliarmi visto che li "leggo" da un po'; però... però qui LORO erano "l'argomento". Molto bello anche dargli un nome ed un volto, così la prossima volta che li leggo me l'immagino seduti al tavolino di un bar a sorseggiare birra mentre raccontano e raccontano. Perché loro la Matematica la raccontano (e non è cosa da tutti).

    @ Rudi
    Mi son sempre chiesto (nei vostri articoli) chi tra voi scrive cosa, ovvero, quando è uno o l'altra o l'altro a parlare/raccontare realmente? Poi, già è "complicato" scrivere da solo un articolo scientifico/divulgativo... come si fa quando le mani diventano 6? E come si fa soprattutto a farlo dando comunque sempre la sensazione che il narratore sia unico?

    Siete davvero forti e [...] Se sapessimo di aver convinto anche un solo ragazzo indeciso a studiare scienza, anziché scegliere una professione più remunerativa e normale, avremmo già (e di gran lunga) ottenuto il nostro primario obiettivo. [...]
    Io fossi in voi sarei ben soddisfatto: son sicuro che l'obbiettivo l'avete raggiunto e ben più di una volta.

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  2. Beh, Paolo,
    non posso dire che il contenuto dell'intervista mi abbia sorpreso, però confesso che leggerla così ben sistemata e presentata sul tuo blog, fa un gran bell'effetto.
    Insomma, grazie, cavolo.
    E a buon rendere...

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