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mercoledì 22 febbraio 2012

Carnevale dei libri di scienza #5: matematica e arte

Fa molto piacere vedere come il Carnevale dei libri di scienza, creatura nata qualche mese fa da una felice idea di Daniele Gouthier di Scienza Express (e che questo blog ha avuto l'onore di ospitare nella sua seconda edizione), sia ormai una realtà ben avviata e consolidata.


Flavio Ubaldini su Pitagora e dintorni ha dato vita alla quinta tappa di questo viaggio, con un tema molto stuzzicante: "matematica e arte". Un sentito grazie a Flavio e a tutti i partecipanti per una edizione che come sempre si rivela molto interessante.

La prossima tappa è ospitata da Alice Della Puppa sul sito della Libreria Baobab. La deadline è fissata al 19 marzo, e il tema è semplice quanto affascinante: numeri.
Partecipate numerosi! E Buon Carnevale a tutti!

venerdì 17 febbraio 2012

Il matematico invidioso

Mi è capitato recentemente, in messaggi o facezie scambiate con amici blogger e divulgatori, di confessare un sentimento di invidia per alcuni post altrui particolarmente brillanti; e a volte la confessione era reciproca.

L’invidia è generalmente considerata un sentimento deplorevole, di cui vergognarsi. Eppure credo che, dove non giunga a eccessi ossessivi e bloccanti, possa spesso rappresentare un costruttivo stimolo a migliorarsi.
Deve pensarla così anche Piergiorgio Odifreddi, se è vero che il suo libro "Penna, pennello e bacchetta. Le tre invidie del matematico", edito da Laterza nel 2006, prende le mosse proprio da questo inconfessabile moto dell’anima, che lui afferma di provare per scrittori, pittori e musicisti.

Il saggio raccoglie i testi di un ciclo di lezioni tenute da Odifreddi nel marzo 2004 nell’Aula Magna dell’Università di Bologna, su un tema a lui molto caro: i legami tra la matematica e le arti.

E’ un indiscutibile merito di Piergiorgio Odifreddi quello di avere spesso raccontato, con profonda competenza e singolare brillantezza, le affascinanti e spesso insospettate connessioni tra la cultura matematica e le altre discipline, in particolare artistiche e letterarie.
In un Paese come l'Italia, che risente tuttora dell'impostazione culturale gentiliana, un'operazione come questa, che contribuisce a ridurre la distanza tra discipline scientifiche e umanistiche proponendo una via moderna alla divulgazione, è senza dubbio meritoria.
Odifreddi non è certo un matematico che snobba la cultura letteraria e artistica: anzi, nelle sue pagine si legge costantemente il suo amore per la musica, per la letteratura, per l'arte: un atteggiamento ben diverso da quello di taluni "umanisti" che ancora oggi si ostinano a rivendicare, in modo più o meno esplicito, una presunta superiorità del sapere umanistico rispetto a quello scientifico, vantandosi, magari, di non aver mai capito nulla di matematica e di scienze.

D’altra parte, se gelosia e invidia sono espressioni dell'amore, il fatto che Odifreddi ammetta di invidiare profondamente gli artisti e i letterati non fa che confermare la sua sincerità di matematico aperto e sensibile.
Con questo libro nelle mani, il lettore affascinato dalla divulgazione rischia di provare lui stesso invidia per l'invidioso autore, e di chiedersi come abbia fatto a tracciare, in modo esemplare, tante affascinanti linee che congiungono il mondo dei numeri con quello della creatività artistica.
Da navigato e brillante narratore matematico, Odifreddi racconta i divertimenti linguistici e matematico-letterari con cui si sono dilettati molti scrittori giocolieri delle parole, esplora le strette parentele che hanno accomunato l’arte e la matematica, e descrive le basi numeriche dell’arte dei suoni.
Il capitolo conclusivo sulla musica è forse quello più convincente. L'autore mostra non soltanto quanta matematica c'è nella musica ma anche quanta musica c'è nella matematica: e i protagonisti di questo affascinante intreccio sono giganti come Pitagora, Galileo, Keplero, Newton, Bach, Eulero, Mozart, Fourier.
Un libro consigliatissimo, soprattutto a chi tende a ragionare per compartimenti stagni o a chi desidera lasciarsi ammaliare e sorprendere dalla bellezza dell'unitarietà del sapere umano.

martedì 14 febbraio 2012

Carnevale della matematica #46: goto Rudi Matematici

Un Carnevale sontuoso, uno strano anello carnascialesco, una fantasmagoria di contributi sapientemente confezionati da quella forza della natura che sono i Rudi Matematici: ecco il Carnevale della Matematica edizione numero 46. Dalle ventitré coppie di cromosomi nelle nostre cellule a San Valentino, da Valentino Rossi al codice ASCII del punto, i Rudi ci introducono in una carrellata davvero ricca e di alta qualità, fantasiosamente illustrata da fotografie provenienti dallo storico Carnevale di Ivrea.
E' un onore per me trovare, tra cotanti contributi, anche il modesto post palomariano (tra l'altro segnalato in extremis).
Appuntamento all'edizione marzolina del glorioso Carnevale (quella del 3.14), che sarà ospitata da Gianluigi Filippelli nel suo blog DropSea, con tema libero.
Buon Carnevale e... buon San Valentino a tutti! (per i matematici romantici: provate a digitare su Google la stringa "sqrt(cos(x))*cos(300x)+sqrt(abs(x))-0.7)*(4-x*x)^0.01, sqrt(6-x^2), -sqrt(6-x^2) from -4.5 to 4.5")

sabato 11 febbraio 2012

La formula del carnevale

- Lì ci sono altre frittelle. Serviti pure.
Mr. Palomar è a casa dell'amico Mr. Wilson per uno spuntino carnevalesco.
- Grazie. Ma lo sai che la mia passione sono i galani.
- Detti anche crostoli. Sono in quel piatto.
- Qualcuno li chiama anche frappe.
- O bugie.
- O cenci.
- O chiacchiere.
- Si chiamino come si vuole, ma ne farò una scorpacciata. Hai fatto bene a prepararne un bel po'.
- Fai come se fossi a casa tua.
- Peccato che il Carnevale non dura poi tanto.
- Bè, dipende.
- Certo, dipende dall'anno.
- Sì, oppure no.
- Come sarebbe a dire?
- Secondo la tradizione cattolica, il Carnevale, o meglio il Tempo di Settuagesima, inizia nella domenica che cade esattamente 9 settimane prima della domenica di Pasqua, e che è detta appunto domenica di Settuagesima.
- E finisce il martedì grasso, cioè il giorno prima del mercoledì delle Ceneri.
- Esattamente. Se fai i conti, questo significa che il Carnevale dura sempre esattamente 17 giorni.
- Così poco? Sei sicuro di avere fatto i calcoli giusti?
- Sì. Ad esempio quest'anno durerebbe dal 5 al 21 febbraio. Ma tieni conto che questa è la liturgia cattolica. Pensa che il Tempo di Settuagesima è considerato come una preparazione alla Quaresima, e come tale un periodo di riflessione, penitenza e astinenza dalle carni.
Mr. Palomar guarda di traverso l'amico, e ingurgita in un sol boccone due crostoli (o galani, o bugie...)
- Ben diverso dal Carnevale laico al quale siamo abituati! - dice con la bocca piena
- Già. Al di fuori della tradizione cristiana, spesso si dice che il Carnevale inizia subito dopo l'Epifania, cioè il 7 gennaio.
- E' vero, è questa la versione che conoscevo anch'io.
- In questo modo, il Carnevale ha un inizio fisso e una fine variabile: il mercoledì delle Ceneri, infatti, cade sempre 46 giorni prima della Pasqua. Quindi la durata del Carnevale varia di anno in anno.
- Ovvio. Più avanti cade la Pasqua, più lungo è il Carnevale.
- Bravo. Ti sei meritato altri crostoli e frittelle.
- Troppo gentile. Ma questa faccenda della durata del Carnevale mi incuriosisce. Non si potrebbe scrivere una formula che dato l'anno permetta di determinare il numero di giorni nei quali ci si può ingozzare di dolciumi come questi?
- Certo, si può. Naturalmente si tratterebbe di una formula derivata da quella che Gauss propose per calcolare il giorno della Pasqua.
- Il solito Gauss. Sempre lui.
- Proprio lui. A dire il vero esistono anche altri algoritmi per il calcolo della Pasqua, ma quello di Gauss è particolarmente semplice, e quindi è il più noto di tutti.
- E come funziona?
Mr. Wilson si alza e scompare nella stanza accanto. Ritorna con due fogli in mano, e ne porge uno all'amico.
- Ecco qui. Sono poche formule in tutto.
Il foglio contiene l'intero algoritmo di Gauss. Mr. Wilson lo mostra a Mr. Palomar:

Y = anno di cui si desidera calcolare la data della Pasqua
a = Y mod 19
b = Y mod 4
c = Y mod 7
d = (19a + 24) mod 30
e = (2b + 4c + 6d + 5) mod 7
Se (d + e) < 10, allora la Pasqua cade il giorno d + e + 22 nel mese di marzo, altrimenti cade il giorno d + e – 9 nel mese di aprile. 
Se il risultato è 26 aprile, allora la Pasqua cade il 19 aprile  
Se il risultato è 25 aprile e si ha anche d = 28, e = 6 e a > 10, allora la Pasqua cade il18 aprile.
- Tutti quei mod indicano il calcolo del resto di una divisione, giusto?
- Esatto: ad esempio 2012 mod 19 è uguale a 17, perché 2012 diviso 19 fa 105 con il resto di 17.
- E come si modifica l'algoritmo per trovare la lunghezza del Carnevale?
- Diventa anche più semplice.
Mr. Wilson prende il secondo foglio e mostra le formule all'amico:


Y = anno di cui si desidera calcolare la data della Pasqua
a = Y mod 19
b = Y mod 4
c = Y mod 7
d = (19a + 24) mod 30
e = (2b + 4c + 6d + 5) mod 7
DurataCarnevale = d+e+29
Se DurataCarnevale = 64, allora DurataCarnevale=57
Se d=28, e=6, a>10, allora DurataCarnevale=56

- Non sto a spiegarti nel dettaglio come si passa dalle formule di Gauss a questo mio algoritmo per calcolare quanto dura il Carnevale.
- Va bene, ma mi sembra che sia facile capirlo da solo. Vorrei provare ad applicare la formula per l'anno 2012...
- Prova. Sul retro del foglio ci sono alcuni esempi, relativi agli anni dal 1950 al 2020.
- Vediamo!

La tabella è la seguente:

Buon Carnevale a tutti!

giovedì 2 febbraio 2012

Wislawa Szymborska e la folgorazione della matematica

E' scomparsa poche ore fa una delle maggiori voci poetiche mondiali: Wislawa Szimborska, premiata con il Nobel nel 1996.
Nelle sue opere la Szimborska aveva spesso manifestato la sua fascinazione nei confronti della bellezza della matematica e della scienza in genere.
Proprio per tale motivo era stata citata due volte in questo blog: la prima volta a proposito di una sua frase sulla poesia del teorema di Pitagora, e la seconda per ricordare un suo componimento dedicato al pi greco.

domenica 22 gennaio 2012

Carnevale dei libri di scienza #4: Fanta-scienza

E' giunto alla quarta edizione il Carnevale dei Libri di Scienza, ospitato questo mese dal blog "Gli studenti di oggi" di Roberto Zanasi.
Il tema proposto era "Fanta-scienza" (per citare Roberto Zanasi: "il nobile miscuglio tra fantasia e scienza che spesso viene considerato letteratura minore"), e le recensioni proposte sono state molto interessanti.

Mr. Palomar è presente con un piccolo ricordo di "Ti con zero", celebre libro di Italo Calvino che certo non può essere liquidato come un "semplice" libro di fantascienza, ma che incorpora anche suggestioni prese a prestito dalla fantascienza.

La prossima edizione del Carnevale dei Libri di Scienza sarà ospitata dal blog "Pitagora e dintorni" di Flavio Ubaldini, con l'accattivante tema "Scienza e arte" (termine ultimo per la consegna dei lavori: 19 febbraio).
Daniele Gouthier di Scienza Express, artefice di questa bella e meritoria iniziativa, invita ognuno a farsi avanti per ospitare le prossime edizioni (a partire da maggio i posti sono liberi).

Complimenti a tutti i partecipanti all'edizione di gennaio e buona lettura a tutti!

giovedì 19 gennaio 2012

"Ti con zero" e l'infinito di Calvino

Nei miei post precedenti ho citato più volte Italo Calvino, per una serie di ragioni diverse: per una mia personale predilezione per le opere del grande narratore, per una ricorrente vicinanza delle stesse con le tematiche scientifiche, e, perché no, per una impalpabile affinità che trae origine dal nome di questo stesso blog.
Ricordo che quando avevo circa vent'anni mi ero ammalato di una specie di "calvinite" acuta: continuavo a comprare libri di Calvino, perché dovevo continuare a leggerne. Tra i volumi che acquistai in quel periodo c'era "Ti con zero", la raccolta di racconti pubblicata nel 1967, quasi come prosecuzione ideale delle "Cosmicomiche" del 1965.

"Ti con zero" non è una lettura facile, per così dire, da ombrellone. Il libro è suddiviso in tre parti, ciascuna formata da alcuni racconti. La prima parte si riallaccia alle atmosfere delle "Cosmicomiche", recuperando il protagonista Qfwfq, palindromo narratore vecchio come l'Universo, che racconta le sue vicende senza tempo e senza spazio. Gli scenari cosmogonici che fanno da sfondo alle avventure di Qfwfq evidenziano il gusto di Calvino per le tematiche scientifiche, in particolare astronomiche e cosmologiche. 

Se la prima parte culmina con la morte di Qfwfq, la sezione centrale del libro è invece una lunga e complessa riflessione sulla vita, affrontata con la prospettiva e il linguaggio della biologia. Il trittico, intitolato “Priscilla”, è costituito dai racconti “Mitosi”, “Meiosi” e “Morte”, e curiosamente introdotto da sette lunghe citazioni, di sapore scientifico (tra biologia, filosofia, cibernetica e cosmologia). Le ultime due sono forse le più sorprendenti: rispettivamente tratte da “The general and logical theory of automata” di John von Neumann e dal “Dialogo sopra i due massimi sistemi” di Galileo Galilei.
Ricordo che quando lessi per la prima volta “Ti con zero” provai piacere misto a sorpresa nel leggere la frase di von Neumann usata per introdurre dei racconti. Mi sembrava insolito e meraviglioso che un discorso letterario potesse accogliere in sé anche il linguaggio matematico e considerazioni sulla teoria della complessità e sugli automi cellulari. In fondo mi possedeva la stessa fissazione che ho oggi: l’urgenza di mescolare prospettive diverse, letterarie e scientifiche.

Nella terza e ultima parte Calvino cambia nuovamente registro: i quattro racconti che concludono la raccolta sono storie paradossali, elucubrazioni filosofiche che sviluppano spunti narrativi minimi e apparentemente insignificanti. Molta matematica si nasconde tra le pieghe di questi racconti: in particolare analisi matematica, se è vero che il concetto che si agita dietro le riflessioni di Calvino è il concetto di infinito.

Nel racconto che dà il nome al libro, il protagonista si trova nell’atto di scagliare una freccia verso un leone pronto a balzargli addosso, e compie una articolata serie di riflessioni che si concentrano temporalmente in un unico, lunghissimo, istante. Calvino stesso, a proposito di questo celebre racconto, affermò: 

“In ‘Ti con zero’ cerco di vedere il tempo con la concretezza con cui si vede lo spazio. Nel racconto, ogni secondo, ogni frazione di tempo è un universo. Ho abolito tutto il prima e il dopo fissandomi così sull’istante nel tentativo di scoprirne l’infinita ricchezza. Vivere il tempo come tempo, il secondo per quello che è, rappresenta il tentativo di sfuggire alla drammaticità del divenire. Quello che riusciamo a vivere nel secondo è sempre qualcosa di particolarmente intenso, che prescinde dall’aspettativa del futuro e dal ricordo del passato, finalmente liberato dalla continua presenza della memoria. ‘Ti con zero’ contiene l’affermazione del valore assoluto in un singolo segmento del vissuto staccato da tutto il resto.”

Anche gli altri tre racconti di questa sezione finale del libro, “L'inseguimento”, “Il guidatore notturno” e “Il Conte di Montecristo” insistono sulle stesse tematiche: il tempo, lo spazio, l’infinito, la causalità, la contrapposizione tra il tutto e le parti.
Nelle “Lezioni americane”, Calvino afferma: 

“Studiare le zone di confine dell’opera letteraria è osservare i modi in cui l’operazione letteraria comporta riflessioni che vanno al di là della letteratura ma che solo la letteratura può esprimere”

Bè, in “Ti con zero” queste zone di confine vengono studiate, eccome. Calvino, unico letterato di una famiglia di scienziati, attinge a piene mani dalle tematiche scientifiche, e sembra arrivare ad una conclusione, per così dire, gödeliana: non è possibile comprendere a fondo la realtà, cioè formulare un modello completo del mondo, senza uscire da esso, adottando un punto di vista metafisico e astratto.  
Qualcuno ha fatto notare che nel racconto “Il conte di Montecristo” i due protagonisti adottano due strategie opposte nel rapportarsi con il mondo: Faria si ostina a scavare gallerie nel tentativo di fuggire dalla prigione dell’isola d’If, mentre il conte di Montecristo osserva gli inutili sforzi dell’abate e si raffigura nella sua testa i mille possibili modi per uscire dalla fortezza, senza metterne in atto alcuno: 

"Lavorando di ipotesi riesco alle volte a costruirmi un’immagine della fortezza talmente persuasiva e minuziosa da potermici muovere a tutto mio agio col pensiero; mentre gli elementi che ricavo da ciò che vedo e ciò che sento sono disordinati, lacunosi e sempre più contraddittori."

domenica 15 gennaio 2012

Carnevale della matematica #45: goto Matematic@Mente


Il 2012 si è aperto con un Carnevale della Matematica davvero memorabile: enorme, ciclopico, straordinariamente ricco di contributi!
Complimenti a tutti i partecipanti (ben 32, con 84 contributi!), e ad Annarita Ruberto che ha raccolto il materiale e confezionato un'edizione che resterà nella storia.

Il tema proposto, certamente affascinante per me e per molti, era: "Teoria della computazione, storia del pc e dintorni"; molto appropriatamente, Annarita ha introdotto il Carnevale con un breve ricordo del grande matematico inglese Alan Turing, padre dell'informatica teorica e dell'intelligenza artificiale, nonché illustre crittoanalista che tanto contribuì alla vittoria alleata durante la seconda guerra mondiale. 
Quest'anno ricorre il centenario della sua nascita: perseguitato dalla giustizia di Sua Maestà a causa della sua omosessualità, fu indotto al suicidio alla giovane età di 42 anni.
Mr. Palomar non mancherà, nel corso dell'anno da poco iniziato, di celebrare degnamente la memoria di questo genio del Novecento.

Tornando al Carnevale di gennaio, ne raccomando a tutti la lettura: si tratta davvero di una miniera d'oro di spunti e di informazioni.
Quanto al sottoscritto, il contributo del mese è il post "Calcolatori-scacchiera per giocare alla vita", sul tema degli automi cellulari.
La prossima edizione del Carnevale della Matematica sarà ospitata dai Rudi Matematici, che hanno proposto un tema molto accattivante: "La matematica del Carnevale": un argomento che piacerebbe probabilmente a Douglas Hofstadter, per le sue suggestioni gödeliane e strano-anulari...

mercoledì 11 gennaio 2012

Calcolatori-scacchiera per giocare alla vita

Se cercate un gioco da fare in gruppo, ve ne propongo uno molto semplice. Disponetevi in una fila, in modo che ciascuno si trovi una persona alla sua sinistra e una alla sua destra: faranno eccezione le due persone alle estremità, ciascuna delle quali si ritroverà un solo vicino e non due.
All'inizio del gioco, ognuno deciderà autonomamente se stare in piedi oppure accovacciato. Successivamente, le persone per terra con entrambi i vicini in piedi dovranno alzarsi; viceversa chi si trova in piedi tra due persone accovacciate dovrà a sua volta abbassarsi. In tutti gli altri casi si deve mantenere invariata la propria posizione.
Anche i due giocatori alle estremità dovranno fingere di avere due vicini: quello all'estrema sinistra, con un pizzico di fantasia, dovrà immaginare che il giocatore dell'estrema destra si trovi alla sua sinistra, e viceversa.

Se il gioco viene orchestrato con un buon sincronismo, immagino possa essere divertente: confesso di non averlo mai sperimentato, quindi non prendetevela con me se provandolo lo troverete una cretinata assoluta.
In ogni caso, cretinata o no, lo definirei di una versione "ludico-sociale" di un sistema dinamico discreto noto in matematica e informatica come automa cellulare. L'aggettivo "cellulare" si riferisce al fatto che la griglia regolare sulla quale viene raffigurato il sistema è costituita da celle (che possiamo immaginare quadrate), ciascuna delle quali può assumere un insieme finito di stati. Gli stati di tutte le celle vengono aggiornati contemporaneamente, in passi discreti, cioè generazione dopo generazione.

Nella nostra esemplificazione ludica, le persone recitano il ruolo delle celle, e gli stati possibili sono soltanto due, rappresentati rispettivamente dallo stare in piedi e accovacciati.
In molte implementazioni software, i diversi stati possibili vengono raffigurati tramite colori, cosa che attribuisce a questi automi un particolare fascino scenografico.
Il nostro esempio, che si svolge su una semplice fila di celle-persone, è evidentemente unidimensionale, ma nulla vieta che l’automa possa essere bidimensionale: in questo caso la fila diventa una scacchiera, o se preferite un foglio a quadretti.

Negli automi ad una sola dimensione ogni cella ha, di solito, due celle vicine, ma in alcuni casi si considera un “vicinato” più esteso: è come se, tornando al nostro esempio iniziale, ogni giocatore dovesse tenere conto non soltanto della posizione dei giocatori immediatamente adiacenti, ma anche dei loro vicini, un po’ più a destra e un po’ più a sinistra. Negli automi su scacchiera, per ogni cella si considerano solitamente le otto celle adiacenti che condividono almeno un punto con la cella stessa; ma non sono rari automi in cui ciascuna il vicinato è formato soltanto dalle quattro celle che hanno in comune almeno un lato con la cella in questione.
Come avrete capito, la scelta del vicinato è fondamentale nella progettazione di un automa cellulare, perché essa determina le variabili che ogni cella deve tenere in considerazione per decidere come evolvere ad ogni passo.
Una volta definito il vicinato di ogni cella, occorre stabilire le regole di evoluzione. Nell’esempio iniziale, dato che ogni cella ha due vicini, si tratta di considerare le otto possibili combinazioni di stati per tre celle, e associare a ciascuna uno stato futuro per la cella centrale. La figura a fianco sintetizza la regola scelta (0 e 1 indicano rispettivamente le due possibili posizioni dei giocatori, in piedi o accovacciati).

È evidente che questa non è l’unica regola possibile. Quante diverse regole esistono, considerando vicinati di tre celle? Le possibili configurazioni di stati di tre celle sono 23 = 8, e i modi in cui a queste otto configurazioni possono corrispondere stati futuri sono 28 = 256.

Quindi esistono in tutto 256 automi cellulari unidimensionali: essendo tutto sommato pochi, gli studiosi li trattano quasi come dei figli (per dirla alla partenopea, piezz’ e core), al punto che hanno dato un nome a ciascuno di loro.
Un po’ come un appassionato biologo marino che abbia catalogato tutte le specie di cetacei che vivono in un certo arcipelago. Bè, adesso non immaginatevi nomi molto fantasiosi: sono semplicemente i numeri da 1 a 256. Per la cronaca, il divertentissimo gioco che vi ho proposto all’inizio del post utilizza la regola n. 232.

E a due dimensioni? Bè, se consideriamo vicinati “classici” da 8 celle, si ottengono in tutto 29 = 512 combinazioni di stati per vicinato, e quindi 2512 regole: se lo scrivessimo per esteso sarebbe un numero enorme, di 154 cifre. Un po’ troppe per i miei gusti.

I pionieri degli automi cellulari furono il matematico polacco Stanislaw Ulam e il matematico ungherese naturalizzato statunitense John von Neumann, che vediamo nella foto a lato in compagnia del grande fisico americano Richard Feynman (Ulam è a sinistra, von Neumann a destra).
Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, Ulam e von Neumann (che avevano entrambi avuto un ruolo determinante nel famigerato progetto Manhattan, che portò alla realizzazione delle prime bombe atomiche) si proposero di definire modelli matematici in grado di rappresentare la complessità dei fenomeni biologici, con particolare interesse per i meccanismi di crescita e riproduzione degli esseri viventi.
Con l'avanzare dell'informatica teorica e delle tecnologie di computazione, la teoria degli automi cellulari fiorì e attirò l'attenzione di molti studiosi di primo livello.

Nel 1970 un particolare automa cellulare apparve sulla rivista "Scientific American", nella famosa rubrica "Mathematical Games" di Martin Gardner: era il famoso "Gioco della Vita" ("Game of Life"), ideato dal matematico e grande divulgatore inglese John Conway per rappresentare i meccanismi di sviluppo e auto-organizzazione tipici degli organismi viventi. Ben presto la creazione di Conway divenne l'esempio più celebre di automa cellulare, nonché il capostipite di molti altri automi più o meno complessi e fantasiosi.
Nella sua versione classica, il Gioco della Vita si compone di una scacchiera di celle in cui ogni cella ha 8 vicini e può assumere 2 stati (viva o morta). Le regole sono due: una cella morta con 3 vicini vivi diventa viva, mentre una cella viva con meno di 2 o più di 3 vicini vivi muore (rispettivamente per isolamento o per soffocamento).

Fiumi di inchiostro (e di bit) sono stati versati sul Gioco della Vita: una ricerca sul web vi permetterà di scoprire sorprendenti meraviglie su questo automa.
Chi comincia a trastullarsi con il sistema di Conway scopre ben presto che esistono particolari configurazioni che, in base alle semplici regole del gioco, si comportano in modo speciale: alcune oscillano indefinitamente tra due stati estremi, altre si spostano attraverso la scacchiera, altre ancora sono stabili e immutabili, altre ancora si evolvono per molte generazioni e poi ripetono lo stesso ciclo di trasformazioni. Esistono perfino gruppi di celle stabili che sparano proiettili. E così via, in un fantastico bestiario di strane creature matematiche.

Uno degli aspetti più importanti a livello teorico è il fatto che il Gioco della Vita, dotata delle regole sopra esposte, ha la stessa potenza di calcolo di un qualsiasi computer: detto in altro modo, è Turing-completa, o equivalente ad una macchina di Turing universale.  Qualsiasi calcolo che possa essere eseguito da un algoritmo, insomma, può essere eseguito in qualche modo sulla scacchiera di Conway.

La rivista "Scientific American" è sempre stata particolarmente attenta agli automi cellulari. Conservo ancora un numero del 1989 nel quale un articolo di Alexander Dewdney (nella indimenticata rubrica “(Ri)creazioni al calcolatore”) descriveva un altro bellissimo automa cellulare, ideato da David Griffeath e denominato "spazio ciclico".
L'automa è composto da una griglia di celle che possono assumere un certo numero di stati, rappresentati tipicamente da colori diversi e disposti in una successione ordinata. Gli stati iniziali sono del tutto casuali; successivamente, se una cella ha un vicino il cui stato è il successivo del proprio, allora la cella viene "mangiata" e assume lo stato del vicino. (Si tenga presente che l'aritmetica utilizzata, sia per gli stati che per la geometria delle celle è modulare, cioè è la cosiddetta "aritmetica dell'orologio", in cui il successore dell'ultimo numero disponibile è lo zero).

Ricordo, come fosse ieri, che appena lessi quell'articolo provai subito a implementare l'algoritmo sul mio personal computer (credo in Pascal), e rimasi affascinato (ma dovrei dire forse stregato, o incantato) dal constatare come una regola apparentemente così semplice e banale potesse generare, con il trascorrere delle generazioni, configurazioni di grande bellezza e ordine, come potete vedere nella figura sopra.
Emozioni come quelle segnano irrimediabilmente chi le ha provate (non so se nel bene o nel male). Anzi, adesso che ci penso, devo andare a cercare quel programmino scritto tanti anni fa: chissà che non funzioni ancora dopo tanti anni...

domenica 1 gennaio 2012

Buon compleanno Mr. Palomar! Buon anno da Mr. Palomar!

Oggi Mr. Palomar compie un anno.
Nato per scherzo nel giorno di Capodanno 365 giorni fa, questo blog non solo mi ha regalato grandi soddisfazioni, ma mi ha anche permesso di conoscere persone straordinarie che condividono i miei stessi interessi e che mi hanno incoraggiato nei miei "esercizi" di divulgazione.
A tutti i miei lettori, assidui e occasionali, un grande grazie e un augurio per un felicissimo 2012!

sabato 24 dicembre 2011

Carnevale dei libri di scienza #3: 10 libri da regalare per Natale

Dopo la seconda edizione ospitata da Mr. Palomar, il testimone del Carnevale dei Libri di Scienza passa al prestigioso blog Gravità Zero, con l'azzeccatissimo tema "10 libri da regalare per Natale".

Con le parole di Gravità Zero:
L'idea che anima l'appuntamento di questo mese di dicembre è la seguente: quali sono i libri che vorreste che i vostri cari, i vostri migliori amici, leggessero almeno una volta nella vita? Possono essere i libri che vi sono rimasti più lungamente impressi... quelli che vi hanno cambiato la vita, o il vostro modo di vedere il mondo.

Lo scopo del Carnevale dei Libri di Scienza, nato da una felice idea di Scienza Express, è la promozione dei libri di scienza, siano essi classici o libri pubblicati da poco.
Come scrive Daniele Gouthier:
"la formula del carnevale è molto interessante perché pone i partecipanti tutti sullo stesso piano, quello del dialogo e, a rotazione (volontaria), affida a ciascuno il compito di valutatore degli scritti altrui."

Questa edizione natalizia del Carnevale propone una interessante selezione di libri, tra le quali il saggio di Clifford Pickover che Mr. Palomar ha recensito pochi giorni fa.
Complimenti a Gravità Zero e a Scienza Express e a tutti gli altri partecipanti, e ancora buon Natale a tutti!

lunedì 19 dicembre 2011

Nastri e alberi di Natale

Si avvicina Natale. Che cosa regalare? Un libro, certo, è sempre un'ottima scelta: ma quale libro? Un libro di scienza, ad esempio. Va bene, ma quale? Ce n'è uno, scritto da Clifford A. Pickover, eclettico e brillante autore, giornalista e ricercatore americano, che è interamente dedicato ad una strisciolina di carta. Un nastrino apparentemente banale, del tutto simile a quelli con i quali confezioneremo i nostri pacchi regalo per Natale.
Questo nastro, al quale Pickover ha dedicato un intero libro di 250 pagine, sarebbe normalissimo, se non fosse per due caratteristiche particolari:
1. non è un nastro aperto, ma viene richiuso su se stesso a formare una specie di anello;
2. viene richiuso solo dopo avere sottoposto una delle sue estremità ad una torsione di 180°.
Grazie a questa innocente torsione, il nastro non è più così banale, ma diventa il nostro nastro, o, per usare il termine ufficiale, un nastro di Möbius, dal nome del matematico August Ferdinand Möbius che lo studiò a fondo.

Se non avete mai costruito un nastro di Möbius prima d'ora, fatelo subito! Basta una strisciolina di carta e un po' di colla (o nastro adesivo) per chiudere l'anello.
Quello che otterrete è una delle figure geometriche più sorprendenti della matematica.
La caratteristica più sconcertante è che il nastro di Möbius ha una sola faccia, mentre i nastri che abbiamo conosciuto finora hanno ovviamente due facce, una sopra e una sotto. Prendete il nostro nastro: se percorrete con un dito la superficie, potete infatti tornare al punto di partenza senza mai staccare il dito. Come l'artista olandese Maurits Cornelis Escher ha immaginato in alcune sue opere, una formica che percorresse l'anello si ritroverebbe al punto di partenza senza dover effettuare salti o attraversare la frontiera tra il "sopra" e il "sotto".
Intituitivamente ci sembra naturale che una superficie debba avere due facce, o due lati: una "superiore" o "esterna", e una "inferiore" o "interna". Il fatto che le due facce del nastro di Möbius siano in realtà la stessa faccia, nonostante appaia evidente dalla prova del dito (o della formica), rimane comunque qualcosa di strano e lontano dal senso comune.

Che cosa succede ora se tagliamo a metà l’anello, in senso longitudinale? Si accettano scommesse. Potremmo aspettarci di ottenere due nastri di Möbius diversi, o forse due nastri normali. Difficilmente, se non abbiamo già provato, ci aspetteremmo di trovarci in mano un nuovo nastro di Möbius, solo più lungo del precedente. Eppure è ciò che avviene.
E se lo tagliamo di nuovo? Incredibile, otteniamo due anelli concatenati!
Queste ed altre sorprendenti proprietà hanno reso il nostro nastro una fonte straordinaria di ispirazione non soltanto per i matematici, ma anche per molti artisti, scrittori e musicisti: abbiamo citato i disegni di Escher, ma potremmo ricordare molti altri esempi di opere che hanno preso spunto dalla bizzarra strisciolina.

Il buon Pickover ha scritto il saggio "Il nastro di Möbius" (titolo originale "The Möbius strip") nel 2006; l'edizione italiana è stata pubblicata lo stesso anno da Apogeo.
Si tratta di un libro divertentissimo, pieno di sorprese e di magie matematiche, ricco di incursioni nell'arte, nella letteratura, nel cinema, nei giochi, nella tecnologia, nella fantascienza.

Tra gli innumerevoli esempi di applicazioni del nastro di Möbius proposte da Pickover, alcune ci trasportano decisamente in un clima natalizio.
Un brevetto richiesto nel 1997 dal cinese Xian Wang parla di un "oggetto dotato di movimento alimentato elettricamente che viaggia su un binario capace di esplorare quadranti liberi descritti nel teorema di Möbius".
E' un divertente trenino elettrico in grado di viaggiare su un tracciato di binari möbiussiani sostenuti da vari supporti: Pickover ci assicura che "il tracciato può essere utilizzato per decorare un albero di Natale in quanto può serpeggiare tra i rami e gli ornamenti."

Un'altra nota natalizia la troviamo quando Pickover ci racconta di come Teja Krasek, una nota artista slovena, realizzi sculture a forma di nastro di Möbius abbellite da particolari tassellature come quelle scoperte dal matematico inglese Roger Penrose. Le tassellature di Penrose, basate sulla sezione aurea, hanno la speciale capacità di coprire superfici infinite in modo aperiodico, cioè senza ripetere mai la stessa configurazione (cosa che avviene ad esempio nello schema utilizzato dalle piastrelle che abbiamo in bagno).
Ebbene, Teja Krasek è un'artista che ama la matematica a tal punto che ha deciso di dedicarsi alla stranissima (e difficilissima) occupazione di decorare nastri di Möbius con tasselli di Penrose.
Pickover ci informa che se andiamo a casa di Teja Krasek nel periodo natalizio, troveremo un albero di Natale del tutto speciale, addobbato da meravigliosi e splendenti nastri di Möbius.
I nastri di Möbius, tra l'altro, sono più comodi delle comuni palle per l'albero di Natale: non è necessario legarli sull'albero in quanto possono essere infilati sui rami così come sono.
Scrive Pickover: "I nastri brillano per le stelle luccicanti che ne ornano la superficie e l'albero riesce a scaldare il cuore di qualunque matematico romantico."
Buon Natale a tutti da Mr. Palomar.

mercoledì 14 dicembre 2011

Carnevale della matematica #44: goto Popinga

Puntuale come un orologio svizzero, ecco a voi il Carnevale della Matematica, giunto all'edizione numero 44 e ospitato da quel mirabolante blogger che risponde al nome di Popinga.

Quarantaquattro! Benvenuti al Carnevale della Matematica di dicembre, il quarantaquattresimo da quando è iniziata la sua avventura italiana. Numero senza fama speciale, da noi è noto per ricordare una particolare disposizione di gatti, soprattutto per chi ha potuto vivere i tempi lontani in cui si studiavano davvero le tabelline...

Questo l'incipit dell'imperdibile Carnevale (che certo non ha potuto esimersi dal proporre l'indimenticata "44 gatti" dello Zecchino d'Oro 1968).

Il tema del mese, affascinante come pochi, era "Storia e storie della matematica". I partecipanti hanno risposto all'appello con ricchezza di contributi, sia con post ispirati all'argomento proposto, sia con articoli fuori tema (come quello di Mr. Palomar, riguardante una strana congiunzione matematica di specchi, sogni e frattali).

Buona lettura e buon Carnevale a tutti!

martedì 6 dicembre 2011

Specchi, sogni e frattali

Nel racconto "Tlön, Uqbar, Orbis Tertius" (il primo della celebre raccolta "Finzioni"), Jorge Luis Borges scrive:

"Bioy Casares ricordò allora che uno degli eresiarchi di Uqbar aveva giudicato che gli specchi e la copula sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini"

Lasciando la discussione sulla "copula" ad altre tipologie di blog, mi vorrei concentrare sulla questione degli specchi.
Che cos'è, in fin dei conti, uno specchio? Potremmo immaginarlo come una "macchina" che trasforma oggetti reali in immagini riflesse.
Pensiamo ora ai programmi informatici: ogni programma incorpora una certa logica, l'algoritmo, che trasforma i dati in ingresso in dati in uscita.
Non siamo allora del tutto fuori strada se paragoniamo uno specchio ad un programma per computer. Il confine tra input e output è chiaro: se mi guardo allo specchio, io sono il dato di ingresso fornito alla logica di elaborazione, e la mia immagine riflessa rappresenta l'informazione di uscita.
Insomma, è vero che ogni specchio moltiplica il numero degli uomini, ma lo fa fino a un certo punto: in effetti si limita a raddoppiarlo.
Si può fare di più?
Cosa accadrebbe se l'immagine riflessa venisse a sua volta rediretta verso l'algoritmo-specchio? Bè, quest'ultimo produrrebbe una nuova immagine riflessa: precisamente l'immagine riflessa dell'immagine riflessa. Si innescherebbe insomma un ciclo ricorsivo, come accade in ogni programma informatico che richiama se stesso.

Ma nella pratica come si può creare un loop di questo tipo con uno specchio? L'immagine riflessa
esce dallo specchio, mentre noi vorremmo curvarla in modo che sia di nuovo riflessa dallo specchio.
Curvare la luce? Non scherziamo.
In realtà basta molto meno per chiudere il cerchio: un altro specchio.
Qualche mese fa entrai in una pasticceria di Feltre, nel cui ampio salone due enormi specchi si guardavano l'un l'altro. Meraviglia delle meraviglie! Le immagini delle persone e degli oggetti presenti nella sala si moltiplicavano, se non in modo abominevole come diceva Borges (anzi no: Bioy Casares... ops... l'eresiarca di Uqbar), in modo vertiginoso: sicuramente qualcosa di più del banale raddoppio di immagini prodotto dallo specchio.
Il secondo specchio è l'artificio necessario e sufficiente per "girare" l'immagine riflessa sul primo specchio.
La funzione riflettente di uno specchio può essere svolta anche da un sistema tecnologico costituito da una telecamera, che riprende l'oggetto, collegata ad uno schermo televisivo, che visualizza, per così dire, un duplicato dello stesso oggetto.
In questo caso la chiusura del ciclo si può realizzare facilmente senza ricorrere ad una seconda telecamera o ad un secondo schermo: è sufficiente che la telecamera venga puntata sullo stesso schermo televisivo!
E' questo il cosiddetto fenomeno del video-feedback.
Nel celeberrimo e monumentale saggio "Gödel, Escher, Bach", e soprattutto nel successivo "Anelli nell'io", Douglas Hofstadter parla diffusamente del video-feedback. Nelle tipiche immagini prodotte dai feedback ottici si scorgono bizzarre fantasmagorie, corridoi infiniti, vertiginose voragini, come nell'immagine a fianco.
Il fascino di queste visioni caleidoscopiche è stato sfruttato da molti artisti, e ha trovato un particolare impiego in molti videoclip musicali, soprattutto a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Uno dei primi esempi è il video della celebre "Bohemian Rhapsody" dei Queen, del 1975 (i feedback sono visibili nella sezione centrale del brano, quella in cui Freddie Mercury canta "Galileo, Galileo..."):



A parte questi esempi contenuti nei video musicali, probabilmente il fenomeno del feedback video rimane per ciascuno di noi poco familiare; tutti invece abbiamo sicuramente provato l'esperienza dell'analogo fenomeno sonoro, cioè il feedback audio.
L'ambientazione è tipica: pochi minuti prima dell'inizio di una conferenza, o di un concerto, qualcuno sta provando l'impianto audio, e all'improvviso un fastidiosissimo stridio assorda l'uditorio per qualche secondo. Cos'è successo? Semplicemente qualcuno ha avvicinato troppo il microfono ad una delle casse. Così facendo un suono raccolto dal microfono, anche se impercettibile, è stato amplificato e diffuso dall'altoparlante: ma il microfono che si trovava lì vicino ha di nuovo raccolto il suono rimandandolo, amplificato, alle casse, e attivando una reazione a catena potenzialmente infinita che ha determinato lo sgradevole boato (per la verità, alcuni chitarristi rock, come Jimi Hendrix, hanno a volte sfruttato il feedback audio intenzionalmente, e in modo controllato, per creare particolari sonorità).

Tutti questi esempi (doppio specchio, feedback video, feedback audio) possono essere rappresentati matematicamente in un modo molto semplice. Abbiamo sempre un'informazione (nei primi due casi un'immagine, nel terzo caso un suono) che viene raccolta da una "macchina" (lo specchio, il sistema telecamera-schermo, l'impianto audio) che produce come risultato un'informazione simile (l'immagine riflessa, l'immagine sullo schermo televisivo, il suono amplificato e diffuso dagli altoparlanti), e questo risultato viene poi utilizzato per rialimentare il ciclo.
Se, per semplicità, l'informazione iniziale viene assimilata a un numero, e la "macchina" viene modellata da una funzione F (ad esempio una funzione reale di variabile reali), ecco che ci troviamo di fronte ad una successione z1, z2, …, zN di numeri definita da:

zi+1 = F(zi)

In altre parole, ogni termine della successione viene ottenuto a partire dal precedente semplicemente dandolo in pasto alla "macchina": esattamente ciò che accade nei fenomeni visivi e sonori che abbiamo descritto poco fa.

Torneremo tra poco su queste funzioni iterative, per esplorarne alcune sorprendenti proprietà. Ma prima vorrei parlarvi di sogni.
Sogni? Che diamine c'entrano i sogni con la matematica?

Immaginate che la funzione S rappresenti il meccanismo attraverso il quale una persona x viene trasportata dalla dimensione della realtà a quella del sogno: il valore di uscita S(x) della funzione corrisponde così alla versione onirica della persona x.
(La definizione è, a dire il vero, piuttosto imprecisa e sfumata, perché in alcuni casi sarebbe più comodo che il valore della funzione indicasse, più in generale, il contenuto del sogno, che non è detto contenga una versione sognata del sognatore ma potrebbe essere costituito da altre persone o altri oggetti sognati: ma non mi formalizzerò troppo su questa questione).

Agli specchi e agli apparati video e audio, insomma, aggiungiamo il sogno come "macchina" in grado di realizzare l'"abominevole moltiplicazione" già paventata da Borges.

La letteratura e l'arte cinematografica sono piene di storie in cui il sogno permette di creare interessanti effetti di moltiplicazione, di iterazione e di ricorsione.
Nel mio vecchio post "La matematica di Ummagumma (Parte 1)", ad esempio, avevo citato il testo della canzone "Abate cruento" di Elio e le Storie Tese, che inizia così:

"Questa notte ho fatto un sogno strutturato a matrioska: io sognavo di sognare..."

La funzione S ha trasportato Elio nella sua versione onirica, che potremmo indicare come S(Elio); ma questo valore è stato poi inviato alla stessa funzione S, che ha generato così una versione sognata della versione sognata: S(S(Elio)).
Il "solito" Borges ci offre un altro delizioso esempio, tratto dalla già menzionata raccolta "Finzioni". Nel racconto "Le rovine circolari" uno "straniero" decide di sognare un altro uomo, per poi "imporlo alla realtà": cerca insomma di applicare la funzione sogno S per dare vita ad una persona S(straniero), ma giunto alla fine dei suoi giorni si rende conto di essere lui stesso il risultato dell'azione di S, cioè di essere il sogno di un altro:

"Andò incontro ai gironi di fuoco: che non morsero la sua carne, che lo accarezzarono e inondarono senza calore e combustione. Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo."

In questo caso abbiamo quindi
:

uomo = S(straniero)

ma anche:

straniero = S(altro)

Un altro esempio interessante proviene dal romanzo "I fiori blu", scritto nel 1965 dallo scrittore e matematico Raymond Queneau e tradotto in italiano da Italo Calvino. I protagonisti di questo delizioso romanzo sono due: il Duca d'Auge, uno strampalato eroe medievale che sembra viaggiare attraverso i secoli, e Cidrolin, un pigro diseredato urbano che vive su una chiatta, passando il tempo a bere essenza di finocchio e a riverniciare la staccionata lungo la banchina.

Ogni episodio descritto riguarda uno dei due protagonisti (a parte la scena finale, che vede finalmente l’incontro tra i due) e termina sempre con il personaggio che si appisola e comincia a sognare di essere l’altro.
Come nella storia del filosofo cinese Zhuangzi, che sogna di essere una farfalla (ma potrebbe essere la farfalla a sognare di essere Zhuangzi), così nel romanzo di Queneau non è mai chiaro se sia il Duca d’Auge a sognare di essere Cidrolin o viceversa.

Utilizzando la solita funzione sogno S, si direbbe che:

S(Cidrolin) = Duca d’Auge

ma anche:

S(Duca d’Auge) = Cidrolin

Ciascuno degli esempi citati mette in evidenza una successione di termini del tutto analoga a quelle che ho descritto a proposito dei fenomeni di feedback: anche qui ogni termine della successione è ricavato dal precedente applicando ripetutamente la funzione S.
Il sogno a matrioska di Elio genera una successione di soli tre termini: Elio, S(Elio),
S(S(Elio)); ma anche se la canzone non fornisce testimonianze in merito, possiamo immaginare che l'annidamento dei sogni prosegua all'infinito, creando termini ulteriori come S(S(S(Elio))), S(S(S(S(Elio)))), e così via.
Anche il racconto di Borges ci parla di una successione a tre termini:
altro, straniero = S(altro), uomo = S(straniero) = S(S(altro)); e qui potremmo fantasticare sia sul fatto che anche il cosiddetto "altro uomo" sia a sua volta il sogno di altri (aggiungendo quindi alla successione termini a sinistra), sia sul fatto che l'uomo sognato dallo straniero sia egli stesso in grado di sognare altri uomini (estendendo così la successione a destra).
La successione di Queneau è invece molto strana: i suoi termini continuano a riproporre in modo alternato i due protagonisti, Cidrolin e il Duca d'Auge.

Il lettore che volesse dilettarsi con altri e ben più complicati esempi di questa “topologia del sogno” deve certamente noleggiare il DVD del film "Inception" di Christopher Nolan, uscito nel 2010. Qui i "sogni dentro i sogni" si annidano a tre livelli, generando situazioni intricate e dando vita ad una trama avvincente oltre che intellettualmente stimolante.

Vorrei chiudere questo post accennando al fatto che le successioni indotte da funzioni iterative come quelle che abbiamo visto fin qui celano alcune proprietà davvero sorprendenti.
Nel 1979 il matematico Benoît Mandelbrot stava studiando la successione z1, z2, …, zN definita dalla funzione zi+1 = zi2+ c, dove z1 = 0 e c è un numero complesso prefissato. Si tratta, come vedete, di una successione del tutto analoga a quelle che abbiamo esplorato finora.
In particolare, potremmo chiederci se i valori assunti dai termini della successione tendono ad assestarsi su un valore finito, oppure se divergono verso valori sempre più grandi.
Ebbene, Mandelbrot si accorse che questo comportamento della successione dipendeva in modo impercettibile dal valore del parametro c; e volendo rappresentare sul piano complesso l'insieme dei valori di c tali per cui la successione assume valori finiti, si otteneva la seguente figura, dalla forma piuttosto familiare:
L'area nera costituisce il famoso insieme di Mandelbrot, e comprende i valori di c per i quali la successione non diverge. La zona bianca corrisponde invece ai valori del parametro tali per cui la successione cresce in modo indefinito. Ma invece di lasciare questi punti in bianco, si potrebbero colorare diversamente per rappresentare le diverse "velocità" con cui la successione diverge: in questo modo si generano versioni spettacolari e affascinanti del frattale di Mandelbrot, come la seguente:


Dietro la semplicità di una successione apparentemente innocua come quella che abbiamo visto, si nasconde quindi un universo di una complessità e di una ricchezza sconvolgenti: quello dei frattali.
Ma mi fermo qui: sul magico mondo dei frattali avrò modo di soffermarmi più a lungo in altri post.

L'ultimo post di Mr. Palomar, anzi no

Sono trascorsi quasi 14 anni da quel Capodanno del 2011, quando Mr. Palomar  vide la luce. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti, c...