lunedì 7 febbraio 2011

San Paolo, i cretesi e Benigni


Nella Lettera a Tito (1,10-16), San Paolo scrive:

Uno dei loro, proprio un loro profeta, già aveva detto: "I Cretesi son sempre bugiardi, bestie malvagie, oziosi ghiottoni”. Questa testimonianza è vera. Perciò correggili con fermezza, perché rimangano nella sana dottrina e non diano più retta a favole giudaiche e a precetti di uomini che rifiutano la verità.

A cosa si riferiva il mio illustre omonimo, folgorato sulla via di Damasco?
Ovvio: al celebre paradosso del mentitore, il classico paradosso logico tradizionalmente attribuito alla figura semi-mitica del filosofo cretese Epimenide, il quale un giorno avrebbe affermato:

Tutti i cretesi sono bugiardi.

Se un cretese ci dicesse che tutti i cretesi sono bugiardi, oltre a sospettare della sanità mentale dell'isolano, per seguirlo saremmo costretti a infilarci in un vicolo logico senza uscita: infatti se fosse vero quel che dice, lo status di mentitore dovrebbe applicarsi anche a lui, e quindi non dovremmo credergli, il che ci porterebbe a ritenere che i cretesi sono tutti bugiardi, e di conseguenza... Aiuto, è proprio un circolo vizioso infinito!

Sul paradosso del mentitore sono stati versati fiumi di inchiostro: oltre ad essere un pallino dei logici (anche per il suo collegamento con il teorema di incompletezza di Gödel), è un cavallo di battaglia dei matematici ricreativi, tra i quali il sempre (giustamente) citato Martin Gardner.

Esistono molte versioni alternative di questo paradosso. Una delle forme classiche è la seguente:

Questa frase è falsa.

Il filosofo francese Jean Buridan, italianizzato in Giovanni Buridano o latinizzato in Iohannes Buridanus, vissuto intorno al 1300, famoso per avere precorso alcuni risultati della fisica moderna, come ad esempio il principio d’inerzia, riformulò il paradosso spezzando la frase in due:

Socrate dice "Platone dice il falso"

Platone dice "Socrate dice il vero"


Prendendo le due frasi separatamente, non troviamo alcun paradosso, ma considerate insieme esse provocano il solito disastro. Se ipotizziamo che Socrate sia sincero, allora Platone mente; ma allora Socrate non dice il vero, e ciò confuta la nostra ipotesi iniziale: Socrate è bugiardo, e quindi Platone è sincero. Ma allora Socrate dice il vero, e così via, in una nuova slavina di contraddizioni. Se partiamo con un’assunzione opposta, cioè che Socrate sia bugiardo, ricadiamo nella stessa catena di antinomie e non possiamo stabilire chi tra Socrate e Platone dice il vero e chi dice il falso.

Un’altra versione famosa del paradosso è quella che lo storico Diogene Laerzio attribuisce al filosofo Eubulide di Mileto, vissuto nel IV secolo a.C. L’affermazione paradossale di Eubulide è sintetizzata in una frase di una sola parola (greca):

ψευδόμενος

cioè "io sto mentendo".
La formulazione di Eubulide è più interessante di quella di Epimenide, sia perché egli focalizza la sua affermazione su di sé, cioè enuncia una frase autoreferenziale, sia perché con l'espressione "sto mentendo" anziché "sono bugiardo", Eubulide non lascia spazio all’eventualità che la frase stessa possa essere vera.
Già, perché quando diciamo che una persona è bugiarda, non intendiamo dire che costui dica sempre bugie appena apre bocca. Ogni tanto, anche un uomo bollato come mentitore una piccola verità la dirà pure, o no?.
Come ha detto una volta Roberto Benigni: "Anche Adolf Hitler o Stalin, un ponte, una strada l'avranno fatta. Anche il Mostro di Firenze l'avrà detto 'buongiorno' a qualcuno qualche volta!"
Concedendo allora che di tanto in tanto anche un bugiardo possa asserire il vero, dovremmo ammettere che l’affermazione del cretese Epimenide può essere veritiera: e in questo caso non si genererebbe alcun paradosso.

Comunque, allineiamoci pure all'interpretazione "severa", in base alla quale un bugiardo è un individuo che non dice mai cose vere, e quindi l'affermazione di Epimenide è inevitabilmente paradossale.
In questa prospettiva, non sappiamo se San Paolo, nel riprendere l'affermazione paradossale di Epimenide, fosse consapevole o meno di riprodurne l'assurdità.
Sarebbe infatti assurdo citare proprio un cretese per dare valore alla propria tesi della inaffidabilità dei cretesi.
Voglio invece credere, anche per una questione di simpatia derivante dall'omonimia, che San Paolo avesse compreso perfettamente il paradosso e che il suo intento fosse in realtà ironico.

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